Numan Albarbari نعمان البربري

CONFINI DI SABBIA (romanzo)

CONFINI DI SABBIA
romanzo

Adattamento letterario dall’arabo

Il confine di cui ignoriamo la mano che l’ha tracciato, lo scambiamo per destino.

Libro primo: Prima che le porte si aprano

Capitolo primo: La chiave della camera 307

Gli esseri umani si somigliano in ciò che nascondono e si distinguono per il nome che danno a ciò che hanno nascosto. Alcuni lo chiamano vergogna, altri riserbo, altri ancora libertà; pochissimi osano chiamarlo col suo primo nome, quello che aveva prima che qualcuno gli facesse indossare l’abito buono della morale. Preparando questa storia, mi è venuto da pensare che la verità più nuda su una società non si legga nelle sue costituzioni né dai suoi pulpiti, ma in ciò che accade nei suoi alberghi dopo mezzanotte e in ciò che si sussurra nelle sue cucine prima dell’alba. Da lì comincio.
Dopo mezzanotte, negli alberghi, le persone cambiano.
Karim lo sapeva da due anni, da quando era diventato il portiere di notte dell’hotel «Il Ponte», a Waldberg. Di giorno gli ospiti entravano con i loro volti d’ufficio: completi scuri, valigie, tesserini di congresso, frasi garbate sul tempo. La sera tornavano con altri volti: cravatte allentate, risate un poco più alte del necessario, sguardi che si trattenevano l’uno sull’altro un secondo oltre il limite che il giorno consente. Il lavoro di Karim era sorridere, consegnare le chiavi e non vedere nulla: un mestiere che gli uomini d’Oriente praticano da mille anni, perché sono cresciuti in case dove tutto si compie sotto uno stesso tetto, a una sola condizione: che nessuno lo veda.
Aveva trentanove anni, era ingegnere civile di Aleppo, con un titolo che i tedeschi avevano riconosciuto solo a metà. Divorziato da tre anni, viveva in un piccolo appartamento sopra un panificio e ogni mattina si ripeteva che il provvisorio, a restarci troppo, diventa definitivo. L’esule porta il suo paese in testa come un viaggiatore porta denaro che non ha corso nella città dove è sceso: non può gettarlo via, e non può comprarci il pane.
All’una e mezza entrò Katrin.
Era la responsabile degli eventi dell’albergo, quarantaquattro anni, alta, i capelli castani raccolti in fretta; si era tolta le scarpe e le teneva in mano, come fa chi ha chiuso una giornata che non finiva mai. Nella sala grande c’era stata la festa di un’azienda farmaceutica, finita un’ora prima; sull’abito aveva una traccia di vino, e negli occhi una luce che non somigliava all’ubriachezza.
Katrin era una di quelle persone che amano i numeri, perché i numeri non giudicano, non tremano, non dicono «non sta bene». Dicono soltanto: questa è la somma, questa è l’ora, questo è il risultato. E su qualcosa di simile aveva costruito la propria vita. Il matrimonio con Thomas, l’ingegnere che passava metà dell’anno in Asia, poggiava da sette anni su un accordo non scritto su carta ma sui nervi: niente domande, niente gelosia, niente promesse. Lo chiamava libertà, e non le era mai venuto in mente che una libertà misurata su ciò di cui non abbiamo bisogno potrebbe essere soltanto un’immunità; che ci si può difendere dal bisogno come ci si difende da un contagio, e che, vinto il bisogno, ci si ritrova sani e soli.
— Buonasera, disse.
— Buongiorno, se vogliamo essere precisi.
— Tu sei sempre preciso, Karim.
— È il mio lavoro.
Posò le scarpe sul banco e appoggiò i gomiti al marmo.
— La 307 è libera?
Lui guardò lo schermo, pur conoscendo già la risposta.
— Libera.
— Vorrei la chiave.
— Per un ospite?
— No.
Tacque un momento, poi disse con la calma di chi decide senza chiedere permesso:
— Per me.
Nella parola non c’era accusa né invito esplicito. C’era una porta aperta quanto basta perché una persona possa passarci o tornare indietro: ed è la cosa più sottile che sanno fare le donne intelligenti quando vogliono ciò che non vogliono ammettere di aver chiesto.
— Ha bisogno di altro?
— Sì. Che tu salga con me ad assicurarti che l’aria condizionata funzioni.
Sorrise, e nel sorriso c’era la confessione di quanto fosse sciocco il pretesto.
Karim sapeva che lei era sposata, lei sapeva che lui era divorziato e viveva solo, e tutti e due sapevano che qualcosa era cominciato tra loro mesi prima, senza che nessuno dei due potesse dire in quale giorno: un caffè bevuto in silenzio nella cucina di servizio, una mano che indugia su un foglio, una risata soffocata perché la parete è sottile. Così cominciano sempre le cose grandi: da piccole cose che nessuno conta, finché non sono compiute.
— Katrin, disse a voce bassa, tu sei la mia direttrice.
— E tu sei la persona più assennata di questo edificio. Le due cose non impediscono nulla.
— E tuo marito?
— Thomas sa che da noi il matrimonio è diventato un contratto organizzativo. Non mi chiede cosa faccio quando è via, e io non lo chiedo a lui. Non è un crimine e non è una virtù. È un orario.
— E io? Dove cado, nel vostro orario?
Lo guardò a lungo.
— Non lo so. Per questo ti chiedo di salire, non di promettermi.
Le diede la chiave.
Salirono in ascensore senza parlare. Lo specchio d’acciaio rimandava un uomo in giacca blu d’albergo e una donna a piedi nudi, e tra loro una distanza che si accorciava a ogni piano, come se l’ascensore sapesse ciò che i passeggeri non dicevano.
Nella 307 nessuno dei due andò verso il condizionatore.
Lei lo baciò come chi mette fine a una lunga discussione con se stessa; lui la toccò come chi riimpara una lingua di cui ha dimenticato le parole. Gli sfilò la giacca blu come si toglie a un impiegato il suo nome, e sotto restò un uomo che l’albergo non aveva mai visto. La bocca di lui era sul collo di lei, le mani di lei sulla sua schiena, i respiri avevano perso l’ordine, il discorso si spezzò e parlarono i corpi, in una lingua che non sa mentire e non sa promettere. Non sento il bisogno di descrivere nel dettaglio ciò che seguì, e non per pudore (il pudore, qui, è uno dei personaggi della storia e ne sapremo molto), ma perché un corpo, quando lo si descrive più del dovuto, sfugge alla verità. Basti dire che in quella notte c’era una fame antica e una vergogna più antica ancora, e che dopo tre mesi di parole risparmiate, in un’ora i due dissero con il corpo ciò che in novanta giorni non avevano detto con la voce.
Quando la luce si spense, Karim pensava.
Sapeva che pensare, in quel momento, era un tradimento del momento; ma la mente non è un bambino che obbedisce. Se qualcuno avesse potuto ascoltare nella sua testa, in quel buio, avrebbe sentito un piccolo coro che discuteva. Suo padre, ad Aleppo, diceva: «Vergogna». L’imam da cui da bambino aveva imparato la prima sura diceva: «Peccato». La vicina che contava il respiro della gente diceva: «Le persone». La sua ex moglie diceva: «Non c’eri mai». Il vecchio professore di geometria diceva: «Il rigore». E Katrin, accanto a lui, diceva col suo silenzio: «Non tenere il conto delle colpe».
La cosa più strana di quel coro era che nessuno gli faceva la domanda che temeva: e se non fosse pentito? Non sentiva colpa. Sentiva nostalgia. E non sapeva se anche la nostalgia fosse una colpa. Era proprio ciò che tutti i cori temono: che l’uomo smetta di chiedere perdono, e che loro perdano il loro potere su di lui.
Anche nella sua prima casa, ad Aleppo, accadeva lo stesso, e nessuno si illuda che l’Oriente sia innocente e l’Occidente colpevole. Accadeva dietro porte chiuse, tende pesanti, bocche serrate, e al mattino la gente usciva come se nulla fosse. E qui, dove nessuno chiede conto a nessuno, non gli pareva che le cose si fossero fatte più leggere. Era cambiato soltanto il posto del guardiano: stava fuori, e ora stava dentro.
All’alba Katrin sedette sul bordo del letto a raccogliersi i capelli.
— Non farlo.
— Che cosa?
— La faccia dell’uomo che conta le colpe.
— Non sono colpe. Sto solo imparando a vivere in un posto dove nessuno mi dice: questo è haram, questo è vergogna, e scopro che sento ancora la voce.
— La voce di tuo padre?
— La voce di tutto: mio padre, mia madre, la moschea, il quartiere, me stesso.
Disse piano:
— La libertà non è non avere nessuno in testa. La libertà è sapere chi c’è, e poi decidere tu.
Lo disse convinta, senza sapere che stava dicendo a sé stessa ciò che non riusciva ad applicare a sé.
Si rivestì e, sulla soglia, disse:
— Non dare alla notte più peso di quello che ha. Non voglio ingrandire la storia prima di averla capita.
— E se si ingrandisce da sola?
— Allora ne parleremo.
Karim scese alla reception prima che il giorno cominciasse, rimise la chiave al suo posto, e notò che la mano lo faceva con la stessa precisione di ogni notte. Tutto era cambiato e niente era cambiato. Così si disse: la più antica delle bugie, e la più usata.
Dietro il vetro della cucina di servizio, una donna in grembiule blu da lavoro cominciava il suo turno e si preparava il tè in silenzio, e i loro occhi si incontrarono. Era Hanan, la donna delle pulizie, siriana come lui. Chinò il capo in segno di saluto e non disse nulla.
Ma di lì a qualche ora avrebbe pulito la 307, e sapeva, come sa ogni cameriera d’albergo, che le stanze non mentono: custodiscono ciò che si lascia in loro.

Capitolo secondo: Una casa con due pareti e un armadio

Hanan ha quarantatré anni.
Arriva in albergo alle sei del mattino e finisce alle due del pomeriggio, e nelle ore in mezzo infila le mani nella vita degli estranei: rifà un letto in cui hanno dormito due uomini che non conosce, raccoglie un bicchiere con un segno di rossetto, lava un bagno dove qualcuno si è sciolto da una notte di cui lei non sa nulla. Il lavoro le ha insegnato una regola sola: non vedere, non giudicare, non ricordare. Una regola che va bene per le cameriere d’albergo e va bene anche per interi popoli, che per secoli hanno vissuto convinti che la virtù consista nel non vedere.
Ma la memoria non obbedisce alle regole. Tornava a casa, nella periferia est di Waldberg, con cento storie spezzate nella testa: una donna che aveva lasciato un messaggio sullo specchio senza finirlo, un uomo che aveva dimenticato nel cassetto la foto di due bambini, due ragazzini che avevano lasciato un foglio bianco con due cuori disegnati.
La sua casa è un appartamento di tre stanze in un vecchio palazzo dove abitano dieci famiglie di sette nazionalità. In cucina, sopra il frigorifero, un piccolo tappeto da preghiera ripiegato; in salotto una televisione che trasmette due canali arabi a basso volume; sulla porta della camera da letto un quadretto ricamato: «Dio, rendi sicura la nostra casa». Una preghiera sincera, e non c’è dubbio che chi l’ha ricamata l’abbia ricamata col cuore. Ma una casa sicura non è per forza una casa dove qualcuno viene ascoltato, e la maggior parte della gente confonde le due cose per tutta la vita.
E poi c’è Samir.
Quarantasette anni, camionista, cugino di lei, dalla campagna vicino a Homs; l’aveva sposata quando lei ne aveva venti e lui ventiquattro. È un brav’uomo nel senso che la sua gente dà alla parola: non beve, non tradisce, non alza la voce se non quando ha paura. E ha paura di molte cose. Dei tedeschi, del quartiere, dei vicini arabi che sorvegliano, di sua figlia che cresce in un paese che lui non capisce. La bontà, intesa così, è assenza di danno, non presenza di ascolto: una definizione comodissima per chi la dà a se stesso.
Dividevano il cibo, le bollette e il letto. Le parole vere le avevano lasciate nel primo paese insieme ai mobili. È ciò che i migranti non mettono nell’elenco delle perdite: contano la casa, i parenti, l’albero, le fotografie, e non contano il dialogo, che è la prima cosa che si perde e l’ultima che si recupera.
Quella notte, dopo che Samir si era addormentato davanti al telegiornale, Hanan se ne stava in cucina a lavare una tazza già pulita.
Lo faceva, a volte: teneva le mani occupate perché la testa non trovasse un vuoto in cui porre una domanda che da mesi la incalzava. Se quella domanda avesse avuto una voce, avrebbe detto: quando è stata l’ultima volta che qualcuno mi ha toccata come se fossi io, e non come si tocca una moglie?
Arrivò Laila e aprì il frigorifero.
— Mamma, perché non dormi?
— Finisco queste tazze.
— Sono pulite.
— Lo so.
Laila guardò un po’ la madre, con lo sguardo diretto che aveva ereditato da lei e non dal padre. Aveva sedici anni, magra, i capelli neri corti che si era tagliata da sola due settimane prima, con una lunga discussione col padre in regalo. A casa parlava l’arabo con un leggero accento tedesco, a scuola parlava il tedesco con un leggero accento arabo, e in verità non apparteneva per intero a nessuna delle due lingue. È la sorte di un’intera generazione che abita sul confine, non perché abbia scelto di stare lì, ma perché chi lo ha tracciato non le ha chiesto dove volesse mettersi.
— Mamma, posso chiederti una cosa?
— Chiedi.
— Hai amato papà?
Lo chiedeva con innocenza e franchezza, come chiede una generazione che non ha ancora imparato che certe domande chiudono le case.
Hanan tacque.
— È stato un buon matrimonio.
— Non ti ho chiesto del matrimonio. Ti ho chiesto se lo hai amato.
— Laila, va’ a dormire.
— Voglio solo sapere come si fa a capirlo.
— Che cosa?
— Che si ama. La professoressa dice che l’amore si vede nel corpo, nella mente, nel rispetto e nel desiderio, tutti insieme. Papà dice che l’amore viene dopo il matrimonio. La mia amica Maram dice che viene da TikTok.
Hanan rise suo malgrado.
— E tu che dici?
— Non lo so. Per questo chiedo.
Hanan posò la tazza e si asciugò le mani.
— L’amore, Laila, non è un sentimento solo. Sono tante cose, e alcune vengono e poi vanno. L’importante è non dare a nessuno di te ciò che non puoi riprenderti.
— Per esempio?
— Cose che capirai quando ti ci avvicinerai.
— È quello che dicono tutti. Nessuno mi dice che cosa sono, di preciso.
Laila aveva ragione. E Hanan non trovò risposta, perché sua madre non le aveva mai detto nulla del genere, e la madre di sua madre non l’aveva detto a sua madre: una lunga catena di silenzio che ogni donna consegna alla figlia come si consegna un anello, augurandole di portarlo con più fortuna. E perché lei stessa, a quarantatré anni, non sapeva che cosa fosse, di preciso.
Quando Laila se ne andò, Hanan rimase nel buio, e se avessimo potuto sentire ciò che le passava per la testa, avremmo sentito tre donne parlare insieme.
La prima era Hanan dell’albergo, che pulisce le stanze e dice «non vedo e non giudico», e che dopo vent’anni era diventata una maestria dell’assenza. La seconda era Hanan di casa, moglie e madre, che cucina, aspetta e sorride ai matrimoni. La terza era piccola, di vent’anni, con una cartella di libri, ferma nell’ombra da vent’anni, e chiedeva con una voce che nessuno sentiva: «E io?».
Era la prima, con l’asciuttezza di chi sa fare i conti, la più dura delle tre. Era stata lei a dirle che ciò che temeva non era tradire il marito. Hanan non l’avrebbe tradito, e lo sapeva. Ciò che temeva era peggio: scoprire di non averlo mai amato, e che vent’anni erano stati un impiego. Per questo non voleva sapere, perché qualunque risposta, sì o no, avrebbe cambiato tutto, e lei non aveva imparato a vivere in una casa dove tutto è cambiato.
Guardò il quadretto ricamato sulla porta. Lo amava e lo detestava insieme: lo amava perché era una preghiera vera, lo detestava perché sapeva che una casa che chiama sicurezza il suo desiderio più alto non si domanda molto: ma è la sicurezza tutto ciò di cui abbiamo bisogno?
E che cosa voleva lei? Qui l’autore si ferma un istante, perché in questa domanda sta il segreto di molte donne: non voleva niente di grande. Non voleva un altro uomo, né un’altra casa, né un’altra vita. Voleva che qualcuno le chiedesse: che cosa vuoi? E poi voleva un tocco. Un tocco di cui chi lo dà sappia di toccare una persona e non una mansione. «Voglio che qualcuno mi tocchi sapendo che mi vede»: così lo disse la ragazza di vent’anni nel buio, e solo il viso di Hanan arrossì, come se qualcuno avesse sentito. È la frase più pericolosa che nella nostra società una donna di quarantatré anni possa dire a sé stessa, non perché sia sconveniente, ma perché è così semplice da abbattere case costruite sul farne a meno.
E sopra ogni cosa sapeva un’altra cosa, che non osava formulare: che in vita sua non aveva mai tracciato un confine con la propria mano. Viveva dentro ciò che era stato tracciato per lei. I confini del padre, della moschea, delle vicine, del marito, del mestiere che le dice «non vedere». E non sapeva, e nessuno gliel’aveva mai chiesto, come appaia il confine che una donna traccia per sé.
Poi fece ciò che non aveva mai fatto: prese il telefono, scrisse una parola nel campo di ricerca, la cancellò prima di premere, la riscrisse, la cancellò.
Quale parola? Lo sapremo a suo tempo: i segreti hanno i loro appuntamenti, ed è vano volerli affrettare. Per ora basti sapere che era innocente in apparenza, e che Hanan non cercava tanto una risposta quanto una donna che le somigliasse: una donna di quarantatré anni che lavora, tace e sente di essere sparita. E il motore di ricerca, se lei avesse premuto, ne avrebbe trovate a migliaia, di donne così, ed è questo che la spaventò prima ancora di premere.
Il telefono restò acceso nella sua mano più a lungo del necessario.

Capitolo terzo: L’ora di educazione sessuale

Laila doveva portare a scuola un foglio, e il foglio non era suo.
Lo aveva scritto il padre di suo pugno, con una calligrafia grande e incerta, e un vicino arabo l’aveva aiutato a metterlo in tedesco: «Rifiutiamo che nostra figlia partecipi a lezioni che non si accordano con i nostri valori». In questa frase breve, a guardarla bene, sta metà di ciò che vedremo in questa storia: un uomo che crede che i valori si proteggano con l’assenza, e che toglie la figlia dall’unica lezione che le insegnerebbe a proteggersi.
La ricevette la signora Brandt, insegnante di scienze, cinquantacinque anni, occhiali spessi e una voce che non conosce imbarazzo. Lesse in silenzio, poi sorrise a Laila con un sorriso che non era conforto e non era ironia.
— Capisco tuo padre, e rispetto la sua paura. Ma questo programma è obbligatorio nel nostro Land, e non posso esonerarti.
— Lo so.
— Vuoi che gli parli io?
— No. Si arrabbierebbe di più.
— Va bene. Ma ascolta, Laila: io non ti insegno come si fa qualcosa. Ti insegno a conoscere il tuo corpo, a dire «no» e farti rispettare, a dire «sì» da persona libera, a distinguere chi ti vuole bene da chi vuole qualcosa da te.
In classe sedevano ventotto ragazzi, tra cui Ahmet, il turco dallo sguardo cupo, Sara, la marocchina che copre i capelli con un velo leggero, Jonas, alto e biondo, con un sorriso pigro, e Maram, la migliore amica di Laila. In quei minuti l’aula era il ritratto più fedele della nuova Europa: due mondi seduti sullo stesso banco, ciascuno un po’ spaventato dall’altro e ciascuno bisognoso dell’altro.
La signora Brandt parlava dei confini.
— Primo confine: il tuo corpo. Nessuno ha il diritto di toccarlo senza il tuo consenso. Né un padre, né un fratello, né un amico, né un innamorato, né un insegnante, né un uomo che ha il doppio dei tuoi anni e dice di volerti bene.
Ahmet scrisse qualcosa sul quaderno e lo cancellò.
— Secondo confine: ciò che senti è vero, ma non è un ordine. Puoi sentire un desiderio forte o non sentire niente, e vanno bene entrambi. Il guaio comincia quando qualcuno ti dice: «Se mi ami, lo fai».
Ahmet alzò la mano.
— Prof, nella nostra cultura queste cose non si dicono.
— E io rispetto la tua cultura. Ma senti: sono proprio le cose che non si dicono quelle con cui si inganna di più i ragazzini. Quello che senti qui puoi raccontarlo a casa o tenerlo per te. Ma dire che non l’hai sentito, no.
Calò il silenzio, poi qualcuno rise, nervoso.
Fermiamoci un momento su questo paradosso, che è più profondo di quanto sembri. Le nostre società si vantano di proteggere i figli dal parlare del corpo, e chiamano castità questo silenzio. Eppure il silenzio non ha mai difeso un bambino da un predatore. Al predatore non importa che siamo casti; gli importa che siamo ignari. Tutto ciò che togliamo alle parole lo riempie qualcun altro, e spesso con una voce meno onesta.
Jonas guardava Laila dall’altro lato dell’aula, e lei se ne accorse solo all’intervallo. Le si avvicinò avvolgendosi il filo degli auricolari intorno al dito.
— Il foglio di tuo padre. La prof ha detto no?
— Come lo sai?
— Ti ho vista consegnarlo. Lo tenevi come si tiene una bomba.
Rise.
— Non è cattivo. Ha solo paura.
— Di cosa?
— Che io diventi qualcosa che lui non conosce.
— E tu cosa vuoi diventare?
Nessuno le aveva mai fatto quella domanda in quel modo. Non sapeva la risposta. Disse:
— Non so. Una persona che non ha paura di domandare.
— È bello.
Nella sua voce c’era qualcosa di non familiare: non cortesia, ma interesse. Due cose enormemente diverse, che le ragazze imparano a distinguere solo dopo averla pagata, o per fortuna.
Cominciarono a incontrarsi in biblioteca dopo la scuola. Sedevano a un tavolo in fondo, dividendosi un solo auricolare, uno per orecchio, e parlavano di un gruppo musicale che i genitori di lei non conoscevano, dell’esame di chimica, di cose che nelle case non si dicono.
Il tredicesimo giorno lui mise la mano sotto il tavolo, accanto alla sua, non sopra. Lasciò a lei la decisione.
Lei guardò a lungo quella mano, poi posò il mignolo sul suo.
Non successe altro, e non le serviva altro. Il cuore le batteva forte, e sapeva che se avesse raccontato a casa quella scena sarebbe rimasta chiusa in camera per una settimana, mentre la signora Brandt le avrebbe detto: «Bene che ti sia sentita al sicuro, e ricorda che puoi tirarti indietro in qualsiasi momento».
Era questa la differenza tra i due mondi, e Laila non poteva sceglierne uno. Doveva vivere in mezzo, come vive chi abita su una linea di confine: un piede di qua, un piede di là.

Capitolo quarto: Il messaggio che non si racconta

Cominciò con un commento sotto un breve video.
Laila aveva pubblicato sul suo profilo un disegno: una donna che cammina su una fune tra due palazzi, con in viso una strana calma. La seguivano solo i compagni di scuola e qualche sconosciuto. Uno scrisse: «Disegno straordinario. Sei molto dotata». Lei rispose con un grazie.
Due giorni dopo le arrivò un messaggio privato dallo stesso profilo. Si chiamava «Marc». La foto era quella di un uomo sulla trentina, dai lineamenti gentili, con una macchina fotografica. Scriveva di essere fotografo e grafico, di lavorare per un’istituzione artistica, e di aver visto nel suo disegno qualcosa di raro.
Nel messaggio non c’era nulla che facesse paura. È questo il punto a cui Laila sarebbe tornata più tardi: non c’era nulla che facesse paura. Chi ignora queste cose pensa che il pericolo arrivi con la faccia del pericolo, che il lupo entri nell’ovile ringhiando. Ma il lupo che conosce il mestiere entra con la voce del pastore.
Scriveva con garbo. Le chiedeva quali colori amasse, della scuola, dei sogni. Le diceva che non era come le altre: «Sei molto più matura della tua età». Nessuno le aveva mai detto che era matura. Suo padre diceva che era una bambina, la scuola che era un’adolescente, Maram che era strana. E poi un uomo che non la conosceva le disse ciò che desiderava le dicesse qualcuno; e non dimentichiamo che il più antico dei grimaldelli, al mondo, è il bisogno di essere visti.
Poi arrivò la frase da cui, più tardi, si impara a guardarsi:
«Non parlare a nessuno di quello che ci diciamo: la gente non capisce i legami speciali».
Laila non rispose subito. In classe la professoressa aveva detto: fai attenzione a chiunque ti chieda un segreto che i tuoi non devono sapere. Ma la signora Brandt non c’era, e nel messaggio c’era un calore che a casa non trovava da tempo.
La conversazione passò su un’altra app. Cominciò a mandarle piccoli regali: una ricarica per il telefono, il link a una canzone, poi una sua foto. E lei prese a provare una sensazione strana: felicità e stretta al petto insieme, come chi mangia un dolce che sa non essere suo.
Una sera lui scrisse:
«Sento che sei l’unica che mi capisce. Non lo senti anche tu?»
Laila non poteva sapere che quelle parole, in quell’esatto ordine, erano state scritte prima di lei a decine di ragazze in molte città, e che dietro ogni «tu sei diversa» c’è un uomo che prova la stessa chiave su molte serrature. È la verità più crudele di tutta la faccenda: ciò che una ragazza crede il più suo, nell’archivio di quell’uomo è il più comune.
A scuola Maram notò che Laila guardava il telefono sotto il banco e spegneva lo schermo in fretta.
— Chi è?
— Nessuno.
— La tua faccia dice «qualcuno».
— Un fotografo. Gli piacciono i miei disegni.
— Quanti anni ha?
Laila tacque.
— Laila?
— Non lo so.
— L’hai visto?
— No. Solo una foto.
— E sei sicura che sia lui?
La frase era una piccola freccia. Laila sentì una rabbia improvvisa, la rabbia di chi si accorge che qualcuno sta toccando ciò di cui ha cominciato ad aver paura per sé.
— Sei gelosa.
— Io? Di cosa?
— Che qualcuno mi veda.
Maram la guardò con tristezza.
— Io ti vedo ogni giorno da sette anni.
Laila non rispose. Mise il telefono nello zaino e lasciò che la lezione passasse.
Da quel momento non guardò più la professoressa come prima: non voleva essere interrogata. «Marc» tentò due volte di scoprire dove abitasse e a che ora uscisse da scuola, con domande all’apparenza innocenti. Lei non rispose.
Fu la prima volta che a dirle che qualcosa non andava fu il suo istinto, non la professoressa né il padre. E forse è la cosa più preziosa che una sedicenne possieda: quella voce sottile che precede la comprensione di un passo.
Ma non aveva ancora deciso di ascoltarla.

Capitolo quinto: Una telefonata da laggiù

Il telefono squillò alle tre di notte.
Hanan balzò dal letto, Samir si agitava accanto a lei, e portò l’apparecchio sul piccolo balcone. Chi ha assaggiato l’esilio sa che una chiamata a quell’ora non porta buone notizie: le gioie aspettano il mattino, i disastri non conoscono orari.
— Pronto?
— Hanan! Sono tua madre.
La voce arrivava roca e tremante da quella lontana città araba, dove erano le quattro e mezza del mattino.
— Che è successo?
— Rasha… tua sorella. Majed le ha trovato nel telefono dei messaggi con un uomo.
— Chi è?
— Un collega di lavoro. Si chiama Fadi. Un commesso, in una cartoleria. Le ha scritto cose… Majed le ha lette tutte. Ha preso il telefono e l’ha rotto. E l’ha picchiata.
— Picchiata?
— Uno schiaffo. Non ti preoccupare, solo uno schiaffo. Sangue non ne è uscito. Ma ha detto che non starà zitto, che lo saprà tutta la famiglia, che nessuno la sposerà più.
Hanan chiuse gli occhi.
Notate quell’espressione: «solo uno schiaffo». Nella nostra lingua, come in molte, ci sono parole piccole che fanno un lavoro grande: abbassano la violenza al rango di incidente di passaggio, e spostano la madre dal ruolo di testimone a quello di complice, senza che nessuna delle due lo voglia. La madre di Hanan non era cattiva. Era una donna che cercava di rendere sopportabile la cosa rimpicciolendola.
Rasha era la sorella minore, di quattordici anni più giovane. Quando Hanan si era sposata ed era partita, Rasha ne aveva sei. Adesso ne aveva ventinove, insegnante in una scuola privata, mai sposata perché chi si era fatto avanti era troppo vecchio, o troppo geloso, o non voleva una donna che lavora. Viveva con la madre e con il fratello maggiore Majed, in una casa dove gli uomini decidono, dietro la porta, a chi sia permesso suonare il campanello.
— E cosa vuoi da me?
— Parlale. Non ascolta nessuno tranne te. E Majed dice che è colpa tua.
— Mia?
— Dice che Rasha guarda la tua vita in Europa e pensa che tutto sia permesso. Dice che l’hai guastata con le tue idee.
Hanan rise di una risata amara.
— Sono io che l’ho guastata? Io, che lavo i bagni di quaranta camere al giorno?
— Non arrabbiarti. Parlale e basta.
Ed ecco una vecchia beffa della storia: accusare di corruzione chi lavora con le mani giorno e notte, accusare di libertà chi della libertà conosce solo il nome. L’Europa, nell’immaginazione di Majed, non è una città dove la gente lavora, paga l’affitto e teme il domani. È un’immagine astratta della licenza, dove egli mette tutto ciò che teme in se stesso.
Un’ora dopo, quando laggiù la casa si fu quietata, arrivò la voce di Rasha, un sussurro da dietro una porta chiusa:
— Hanan?
— Sono qui. Stai bene?
— No.
— Ti ha picchiata?
— No. Non importa.
— Importa.
— Hanan, voglio dirti una cosa e non voglio che mi giudichi.
— Dimmi.
— Non era amore. Non lo so. Era la prima volta che qualcuno mi ascoltava. Ogni sera mi chiedeva: com’è andata la giornata? Cos’hai mangiato? Sei stanca? E nessuno in casa mi fa queste domande. A casa mi chiedono quando torno, con chi, dov’ero. Lui chiedeva soltanto come stavo.
Hanan era ferma sul balcone, nel buio freddo di una notte tedesca, la mano su una ringhiera di ferro umida.
— Ti ha toccata?
— Non ci siamo mai visti. Mai. Era solo una voce, parole. E anche questo è diventato un crimine.
— Che cosa ti ha detto?
— Che sono bella. Che avrebbe voluto poter stringermi la mano. Io non ho scritto niente di simile.
— Ma lo volevi.
Rasha tacque. Poi disse, con voce debole:
— Sì.
Hanan respirò piano. Conosceva quella voce. Era la sua a diciassette anni, quando aveva scritto una lettera e non l’aveva spedita; e la sua tre settimane prima, mentre scriveva una parola nel campo di ricerca e poi la cancellava. È la scoperta che non fa piacere a nessuno: il «crimine» con cui gli uomini inseguono le sorelle è esattamente ciò che le loro madri e le loro mogli fanno ogni notte in silenzio; solo che loro, almeno, sanno nasconderlo meglio.
— Rasha, ascoltami. Ciò che senti non è una vergogna. Ma tuo fratello ci vede una vergogna, e tu vivi in casa sua. Questa è la realtà, e da qui non posso cambiarla.
— E allora cosa faccio?
— Non lo so.
Lo disse con una sincerità dolorosa.
— So una cosa sola: non perderti per riconquistare la sua approvazione. E non perderti per dimostrargli che sei libera. Sono due prezzi altissimi.
— E tu? Ti sei persa?
La domanda era un piccolo pugnale.
— Forse… Sto cercando di ritrovarmi.
Chiuse la chiamata e rimase sul balcone finché l’alba grigia non illuminò i bordi dei palazzi di fronte. Quando rientrò, Samir era sveglio, seduto sul bordo del letto.
— Chi era?
— Mia madre. Rasha ha un problema.
— Che problema?
— Niente che si possa raccontare adesso.
La guardò con occhi che lei non fece fatica a leggere: gli occhi di un uomo che sente di avere in casa una porta chiusa di cui non conosce la chiave. Non chiese. Era, per quanto lei sapeva di lui, il massimo di cui fosse capace.

Capitolo sesto: La casa di Majed

Majed si sveglia prima dell’alba, come faceva suo padre.
Quarantun anni, impiegato al catasto, sposato con Suha, una figlia di cinque anni che si chiama Sama. Ne aveva venticinque quando suo padre morì all’improvviso, e si ritrovò in una sola notte capofamiglia: una madre, una sorella di tredici anni, una casa a tre piani e debiti di cui nessuno sapeva. Nessuno gli chiese se lo volesse. Gli dissero: «Adesso l’uomo sei tu». E quella frase, che quel giorno gli parve un onore, gli è rimasta sulle spalle per sedici anni.
Per amore della verità va detto che Majed non era un tiranno. Era un uomo a cui avevano messo addosso un abito di autorità più grande della sua statura, e che vi si muoveva con la rigidità di chi teme di cadere. Strano a dirsi, ma i più violenti non sono i più forti: sono quelli che sono stati messi in una posizione di forza senza che nessuno insegnasse loro come usarla.
Quella notte, dopo ciò che era accaduto con Rasha, non chiuse occhio. Sedette nel salotto buio con davanti il telefono rotto della sorella, e rimise la scheda in un vecchio apparecchio per rileggere i messaggi. Non c’era ciò che aveva detto che ci fosse. Nessuna oscenità, nessun appuntamento, nessuna foto. Trovò un uomo che chiedeva: «Sei stanca, oggi?».
Spense l’apparecchio.
Sapeva che questo non cambiava nulla. Si ripeteva ciò che aveva sentito per tutta la vita: non conta ciò che è accaduto, conta ciò che dice la gente. Se i vicini sapranno che sua sorella ha una relazione con un uomo, nessuno si chiederà cosa dicessero i messaggi. Diranno soltanto: «La figlia di quella famiglia». E si chiuderà su di lei una porta che non si riapre, e dopo di lei su Sama, e sul nome di suo padre appeso a capo del salotto.
Alzò gli occhi sulla fotografia.
Suo padre, i baffi grigi, lo sguardo dritto, sul petto la sciarpa dell’ufficio in cui aveva lavorato trent’anni. Majed ci passava davanti ogni giorno e di rado la guardava. Quella notte non poté evitarla, e gli parve che il padre avrebbe detto: «Bravo, hai difeso il nostro nome». Poi capì, con un’amarezza a cui non era abituato, che suo padre non avrebbe mai picchiato nessuno. Guardava, e le teste si chinavano. Majed non ha lo sguardo del padre, e per questo ha dato uno schiaffo. Era questa la vera confessione, che non aveva fatto a nessuno: aveva sostituito con la mano un’autorità che non aveva ereditato.
E aveva paura. Era ciò che non voleva chiamare per nome. Aveva venticinque anni quando tutto era crollato, e ogni volta che capiva di non sapere come proteggerli, aveva cercato di proteggerli controllando. È la confusione più antica nella storia degli uomini: credere che chi tiene la chiave protegga quelli che stanno dentro.
Entrò la madre, a passi lenti, il rosario in mano.
— Non hai dormito.
— No.
— Tra poco c’è la preghiera.
— Lo so, mamma.
Sedette davanti al piccolo vassoio.
— Majed, le hai dato uno schiaffo.
— Lo so.
— Tuo padre non ha mai picchiato nessuna di noi.
— Papà poteva urlare senza picchiare. Io non posso.
Lo guardò a lungo, e disse a voce bassa:
— Tu non sei suo padre.
— Chi sono, allora?
— Sei suo fratello. E la differenza è grande.
— La gente non vede la differenza.
— E tu ascolti la gente più del tuo cuore.
Tacque, e il silenzio fu una confessione.
All’alba Suha uscì dalla camera da letto e lo vide ancora seduto. Non disse nulla, ma gli posò davanti una tazza di tè. Restò un momento in piedi, poi disse con una voce che si sentiva appena:
— Majed, se punirai Rasha per proteggere Sama, sappi che Sama crescerà imparando che l’amore è una cosa per cui si viene picchiati.
Alzò la testa.
— E tu cosa pensi che io debba fare?
— Non lo so. Ma so ciò che non va fatto.
Non polemizzava. Per la prima volta dopo anni diceva ciò che nascondeva.
La sera Majed andò alla porta della camera di Rasha. Da dietro gli arrivò un singhiozzo soffocato, di quelli che si piangono con la bocca nel cuscino perché nessuno senta.
Alzò la mano per bussare. Poi la abbassò.
Non sapeva che dire. In vita sua non aveva imparato una parola che servisse in un momento simile: né «scusa», né «ti voglio bene», nemmeno «stai bene?». La lingua degli uomini, in casa sua, conosceva ordini, ammonimenti e consigli, e non sapeva domandare. Può sembrare strano dirlo, ma una lingua che non ha la parola «scusa» non ha in realtà nemmeno la parola «ti voglio bene», sebbene quest’ultima si dica nelle canzoni.
Restò davanti alla porta un lungo minuto, poi tornò in salotto e sedette nel buio.
E in quella notte, nella sua paura senza nome, era più solo di sua sorella.

Capitolo settimo: Un foglio nell’ultimo banco

Rasha insegnava arabo alle ragazze del decimo anno in una scuola privata femminile.
Tornò al lavoro due settimane dopo l’accaduto e sentì i corridoi farsi più stretti, le colleghe abbassare la voce al suo passaggio. Nessuno disse nulla: il quartiere è piccolo e le notizie arrivano prima di chi le porta. È un tipo di castigo che le leggi non conoscono e che i tribunali non puniscono: essere circondati da un muro di buone maniere silenziose, senza sapere quale pietra sia stata posta per te.
Una domenica a mezzogiorno, mentre raccoglieva i quaderni dei temi, tra i fogli cadde un biglietto piegato con cura.
Non era suo. Era di una studentessa, Lamis, sedici anni, silenziosa, con occhi larghi che nascondono più di quanto dicano:
«A S., non so se leggerai questo. Ti vedevo davanti al portone ogni giorno. Oggi mi hai sorriso. Non ho dormito. Lo sai che succede solo a me? L.»
Rasha rimase immobile.
Conosceva quella frase. Non per le parole, ma per il brivido che portava: il brivido di una ragazza che custodisce un sentimento più grande di lei in una casa dove non c’è posto per dirlo. Chi guarda i foglietti delle adolescenti, in qualsiasi paese e in qualsiasi epoca, vi trova la stessa frase: cambiano i nomi, il brivido resta, come l’acqua resta acqua in qualunque recipiente.
Arrivò la preside, la signora Farida, cinquant’anni, uno sguardo che conta tutto e non sbaglia un conto.
— Che hai lì?
— Niente.
— Dammi quel foglio.
— Signora, è il biglietto di una studentessa…
— Io sono la preside di questa scuola, e rispondo della sua reputazione.
Lo prese e lo lesse, e il suo volto cambiò come cambia il cielo prima del temporale.
— Domani convocherò chi la tutela. E la espelleremo.
— Ma ha solo scritto!
— E basta. Questa è una scuola rispettabile, e ciò che oggi si scrive domani si fa.
— E lui? S.?
— Chi?
— Quello a cui ha scritto. Forse un ragazzo del quartiere, forse il fratello di una sua amica. Espellerà anche lui?
La preside rispose fredda:
— Non mi riguarda. In questa scuola ci interessano le ragazze. I maschi non sono di nostra competenza.
Rasha conosceva questa antica divisione, una delle leggi più vecchie della nostra storia, che nessun parlamento ha emanato e nessun giurista ha scritto, e che pure viene applicata con una precisione di cui i più grandi Stati sarebbero gelosi: la ragazza viene giudicata perché ha sentito, il ragazzo no, perché ha apprezzato. Due confini diversi per due corpi simili.
— Allora le parlerò io per prima.
— No.
— Signora, le chiedo solo un’ora.
La preside la guardò a lungo.
— Lei è una brava insegnante, professoressa Rasha. Ma la sua reputazione, di questi tempi, non è delle migliori. Le consiglio di non difendere gli errori degli altri.
La minaccia era indiretta, e Rasha la capì per intero. E notiamo qui un’altra arte delle società chiuse: usano il tuo primo peccato come una spada sospesa su ogni virtù che verrà dopo.
A fine giornata trovò Lamis sola su un gradino di pietra nel cortile posteriore.
— Professoressa, ha letto il biglietto?
— L’ho letto.
La ragazza scoppiò in lacrime.
— Non ho fatto niente! Non gli ho parlato! Ho solo… scritto.
Rasha si sedette accanto a lei.
— Lamis, ascoltami. Ciò che hai sentito non è una vergogna.
La ragazza alzò la testa e non credette a ciò che sentiva. Quella frase non l’aveva mai udita in vita sua, né a casa, né in moschea, né a scuola: era come ascoltare una lingua straniera di cui si capisce ogni parola e non si riesce a credere a nessuna.
— Ma mio padre… e la preside…
— Lo so. È la realtà in cui viviamo. Ma non lasciare che la realtà ti convinca di essere sbagliata. Ti fidi di tua madre?
— Un po’.
— Raccontale tutto prima che lo sappia da altri. Le madri sanno come proteggere, anche quando non sanno come parlare.
— E se si arrabbia?
— Può darsi. Ma la sua rabbia sarà paura per te, non un giudizio su di te.
— E io… ho sbagliato?
— No. Ma sei piccola, e il mondo è troppo grande perché un messaggio su un foglietto possa proteggerlo.
Quando Rasha tornò a casa, quella sera aprì il suo vecchio computer e scrisse nel campo di ricerca una parola che non aveva mai scritto: «borse di studio in Germania per insegnanti».
Apparvero molte pagine. Ne scelse una e rimase a lungo a guardare il tasto «candidati». Qui si decidono certi destini: non nei tribunali, non nei consigli, ma in un dito che esita sopra un tasto.
Poi premette.

Capitolo ottavo: La cartoleria

Si chiama Fadi, ha trentatré anni.
Ha una piccola bottega all’angolo di una strada stretta, dove vende penne, quaderni, carta; l’ha ereditata dal padre insieme alla responsabilità di due sorelle al liceo e di una madre malata di diabete. Non si è sposato. Diceva di non averne il tempo, e intendeva che non aveva nulla che inducesse una donna a dirgli di sì.
Aveva conosciuto Rasha nella sua scuola, dove consegnava le ordinazioni di quaderni. L’aveva vista due o tre volte ferma accanto alla scrivania a contare le scatole con precisione. Non si erano detti più di «grazie» e «prego». Poi un giorno lei gli aveva chiesto una penna che in bottega non c’era, e lui aveva domandato il nome della marca, ne aveva annotato il codice su un foglietto e, quando era arrivata, le aveva mandato la foto.
Così era cominciato tutto. Così cominciano tutte le cose, come abbiamo detto: da ciò che di più piccolo si possa vedere.
Non era amore. Era uno scambio di messaggi brevi, prima sulle penne, poi sui libri, poi sul tempo. Ogni giorno lui scriveva: «Sei arrivata a casa?». E lei rispondeva: «Arrivata». Non c’era una sola parola contraria alla buona educazione. Ma tutti e due sapevano che la cosa era più grande delle penne, e sapevano anche che la lingua educata non è sempre la lingua di ciò che si dice. Molto spesso, da noi, è il modo più nobile di dire ciò che non si può dire.
Una mattina, a mezzogiorno, sulla porta della bottega si fermò un uomo sulla quarantina, dal viso severo e dagli occhi che non dormono.
— Sei Fadi?
— Sì.
— Sono Majed. Il fratello di Rasha.
Fadi si alzò lentamente e tese la mano. Majed non la strinse.
— Sei tu che scrivi a mia sorella?
— Sì.
Non aveva intenzione di negare. Aveva ripassato quel momento nella mente cento volte.
— E cosa vuoi da lei?
— Conoscerla.
— E sai che non si conosce così.
— Lo so.
— Allora perché?
— Perché non ho trovato un’altra strada.
— La tua strada era venire a casa nostra, bussare alla porta, chiederla alla sua famiglia.
— E voi mi avreste accettato?
Majed non rispose.
— Sono il figlio di un cartolaio. Non ho un appartamento, non ho risparmi. Ho due sorelle e una madre malata. Se fossi venuto da voi, la risposta sarebbe stata nota prima che aprissi bocca.
— Non sono affari tuoi.
— Forse. Ma è il motivo. Non potevo chiederla, e le ho scritto. Non è il modo che preferisco, ma è l’unico che ho.
Majed tacque, e sul suo volto c’era uno smarrimento che Fadi non si aspettava.
— Non l’ho toccata, non l’ho vista fuori dalla scuola. E ti giuro che non ho scritto una sola parola di cui debba vergognarmi.
— Io ho letto quello che hai scritto.
— E cosa ti sei detto?
— Mi sono detto che sei un uomo dalla parola elegante.
— C’è qualcosa di male?
— In casa nostra non c’è posto per chi ha la parola elegante e non ha soldi.
Era la cosa più sincera e più dura che Majed avesse detto. Fadi non ne fu ferito: aveva capito che quello era il vero confine. Non la religione, non la morale, non l’onore, come dicono i discorsi, ma lo stipendio e i metri quadrati dell’appartamento. È uno scandalo che nessuno ama ammettere: che molto di ciò che chiamiamo «onore» è soltanto una piccola porta chiusa in faccia ai poveri nel linguaggio della morale.
— Non le scriverò più.
— È quello che si chiede.
— Ma ti chiedo una cosa.
— Cosa?
— Non essere duro con lei. Non ha fatto nulla, se non rallegrarsi che qualcuno chiedesse di lei.
Majed se ne andò senza rispondere.
La settimana dopo gli ordini della bottega calarono. Il negozio accanto fece girare la voce che la «morale del vicinato» non permetteva di avere a che fare con chi molesta le insegnanti. Non era vero, ma il quartiere è piccolo, e un quartiere piccolo non chiede prove: chiede un racconto coerente con ciò che teme.
In quelle stesse settimane, nella casa dove era stato spezzato il telefono, Rasha si sedette alla scrivania e scrisse su un foglio: «Fadi,» e poi gettò la penna.
Lo aveva fatto decine di volte. Da quella notte gli scriveva nella mente lettere lunghe e brevi, rabbiose e tenere, che non uscivano dalla sua testa. Perché scriveva? Perché la scrittura era l’ultima cosa che le restava. Lui avrebbe letto? No. E allora per chi? Per sé.
Riprese la penna e scrisse: «Voglio dirti una cosa che non ho detto a nessuno: ti amavo». Poi cancellò. La vigilanza appresa insegnando la lingua le rendeva intollerabile una frase inesatta, anche su un foglio che nessuno avrebbe visto. E scrisse di nuovo: «Amavo ciò che sentivo con te. È diverso».
Era, in verità, la cosa più sincera che avesse scritto. Amare una persona significa conoscerla, e lei non lo conosceva: l’aveva visto in una bottega, e in una voce su uno schermo. Aveva amato il fatto che lui le avesse chiesto. Una domanda può essere l’inizio dell’amore, o l’inizio della solitudine, e una donna di ventinove anni a cui nessuno ha mai chiesto come sta non ha modo di distinguerli facilmente.
E continuò a scrivere: «Mio fratello mi ha insegnato a volere poco. Mia madre mi ha insegnato a volere ciò che è permesso. La scuola mi ha insegnato a difendere le mie alunne da ogni desiderio. Così ho cominciato ad avere paura del mio desiderio, come una madre ha paura del fuoco».
Si fermò: era arrivata alla domanda. Cosa voleva? Essere accettata? Non è un desiderio, è una condizione. Essere ascoltata? È il minimo. E oltre? Allora scrisse la parola che non aveva mai scritto, e la fissò come si fissa una parola in una lingua straniera: essere toccata.
Provò vergogna. Non della parola, ma di dire a se stessa ciò che dice alle sue alunne, che il desiderio è naturale, e di non credersi. Perché era una donna di ventinove anni che nessuno aveva mai toccato, e questo non è una colpa, ma ha qualcosa di colpa agli occhi di chi mette le cose in caselle.
Nella stanza accanto suo fratello guardava il telegiornale. Sentiva la sua voce attutita e si domandava: è pentito, spaventato, o tutte e due le cose? Lo odia? No. Ha un po’ paura di lui, e gli vuole molto bene, ed è doloroso, perché in casa loro l’amore e la paura stanno insieme come il pane e il sale, e non si sa quale dia sapore all’altro.
Poi concluse: «Non so come finirà. Ma ho deciso: partirò. Non perché fugga da te o da mio fratello, ma perché non ho mai vissuto, e voglio sapere com’è. Forse ci incontreremo un giorno, forse no. Ma ti ringrazio, perché in un mezzogiorno qualunque mi hai chiesto il nome di una penna».
Piegò il foglio. Lo avrebbe spedito? No. Non era per lui. Era per lei.
Si alzò, aprì il cassetto della scrivania e lo mise sotto il libro di grammatica, dove metteva tutto ciò che non diceva. Il cassetto era pieno di fogli, ciascuno un piccolo confine tracciato di nascosto con la sua mano.
Fadi, dopo tre mesi, aveva venduto metà della merce. Dopo sei accettò un’offerta di lavoro in un paese lontano, nel magazzino di un’azienda di logistica, con uno stipendio che bastava a saldare il debito del padre e a mandare le sorelle all’università.
L’ultima sera sedette nella bottega vuota e tirò fuori dal cassetto un foglio piegato e aperto molte volte, su cui aveva ricopiato a mano l’ultimo messaggio che le aveva mandato prima che il suo telefono fosse spezzato:
«Non so cosa sei per me. So che ho cominciato ad aspettare la sera.»
Lo lesse e se lo mise nella tasca della giacca.
Non disse a nessuno di essere partito per lei, e non era del tutto vero. Era partito perché il paese gli si era fatto stretto, e perché i sogni che non hanno prezzo devono imparare a camminare altrove. Chiuse la porta e consegnò la chiave al bottegaio accanto.
Non sapeva che una donna in un’altra città aspettava la risposta a una domanda di borsa di studio in pedagogia della prima infanzia. E lei non sapeva che un uomo, in un’altra città ancora, portava in tasca un foglio per lei.
Alcune storie non vedono incontrarsi le loro fini. Ma continuano a camminare su due strade parallele, come se ciascuna fosse testimone dell’altra.

Capitolo nono: La camera 210

Nella camera 210 abita da undici mesi il signor Walter.
Settantaquattro anni, vedovo, ingegnere ferroviario in pensione, ha venduto la grande casa dopo la morte della moglie perché il silenzio, là dentro, moltiplicava i rumori. In albergo ha trovato ciò che altrove non trovava: volti che cambiano ogni giorno, un servizio, una stanza in cui non deve riparare nulla. È la consolazione della vecchiaia moderna, soprattutto in Occidente: che la tua solitudine venga gestita con efficienza, e nessuno, nemmeno tu, ne senta il peso.
E ogni giovedì alle quattro viene Gertrud.
Sessantanove anni, vecchia vicina di Hanan nel palazzo accanto, insegnante di musica in pensione, porta un cappellino e una scatola di cioccolatini. Siede con lui nel piccolo caffè al pianterreno, bevono tè e discutono di tutto: politica, tempo, la musica di Schubert, chi abbia inventato il tram.
Hanan se n’era accorta, perché si accorge di tutto, ed è insieme la rovina e la virtù di chi lavora in silenzio. Aveva notato che nei primi due mesi Gertrud sedeva dritta sul bordo della sedia, nel quarto aveva cominciato a distendersi, nel sesto, quando rideva, gli posava una mano sul braccio. E una mattina di giovedì, rassettando la 210 dopo che erano usciti, aveva notato due tazze sul tavolino vicino al letto e un vestito piegato con cura sulla sedia.
Non provò stupore. Provò qualcosa di più complicato: un’invidia pulita. Può una donna invidiarne un’altra di sessant’anni perché è ancora amata? Lei ne aveva quarantatré, e la risposta era chiara: sì. E com’era dura, quella risposta! Perché voleva dire che non si trattava più dell’età, né della religione, né del paese, ma di qualcosa di più semplice e più raro: che una donna osi lasciarsi vedere.
Un giovedì Gertrud entrò in albergo con in volto una collera insolita, e dietro di sé un uomo sui quarant’anni, in un cappotto elegante, che le somigliava intorno agli occhi.
— Questo è mio figlio Michael, disse a Hanan nel corridoio senza rallentare il passo. Spero non le dispiaccia restare qui vicino: potrei avere bisogno di una testimone.
— Di cosa?
— Del fatto che sono ancora in me.
Sedette al caffè, e Michael di fronte a lei, mentre Walter guardava da lontano senza intervenire. Hanan non spiava. Puliva il tavolo accanto con una lentezza esagerata, e la differenza è sottile, e la riconosce solo chi vive delle briciole di ciò che ascolta.
— Mamma, hai compiuto sessantanove anni.
— Lo so. Me lo ricordo.
— Un uomo di cui non sappiamo niente. Un estraneo in un albergo. E sembra che voi due…
— Dillo.
— … siate molto vicini.
— Sì. Lo siamo.
Michael tacque un istante, come se non si aspettasse tanta chiarezza. Ed era proprio la chiarezza che lo spaventava: le colpe dei padri le accettiamo facilmente finché non le chiamano col loro nome.
— Cosa vuole da te?
— Niente. La sua pensione è più alta della mia.
— Mamma…
— Cosa vuoi sentirti dire, Michael? Che sono sola? Sì. Che la mia vita dopo la morte di tuo padre è stata una sala d’attesa? Sì. Che un uomo sciocco ha trovato in me ciò che nessuno più guardava? Sì. Che il mio corpo, a sessantanove anni, non è andato in pensione con il resto di me?
— Mamma!
— Sì. Anche questo.
Michael chinò il capo, rosso in viso. E in quel momento, a voler essere precisi, il bambino era il figlio, e l’unica adulta al tavolo era la madre.
— La gente parla. E le mie sorelle…
— E chi ha detto che è la gente a vivere la mia vita?
— E se ti ammali? E se muore lui?
— Allora soffrirò. E avrei sofferto comunque.
Tacquero tutti. Alla fine Walter si avvicinò e si fermò accanto alla sedia di Gertrud senza sedersi, stringendo il bastone.
— Signor Michael, da sua madre non voglio soldi né una casa. Voglio qualcosa di più semplice e più difficile: sedermi con lei una volta alla settimana senza sentire che aspetto la morte.
— E lei la ama?
— Non so se si chiami così. Ma non provavo una cosa simile da quarantatré anni.
— E io non la amo, disse Michael con voce stanca.
— Non le è richiesto.
Michael si alzò alla fine e disse: ci penserò. E uscì.
Quando fu sparito, la mano di Gertrud tremò sul tavolo. Walter la prese, lentamente, davanti a tutti, come chi compie un piccolo atto rivoluzionario.
Quella sera Gertrud sedette a casa davanti alla toeletta che il marito le aveva comprato per il ventesimo anniversario di nozze, con uno specchio ovale in una cornice di legno scuro, un graffio nell’angolo. Guardava il proprio volto come si guarda la fotografia di qualcuno conosciuto molto tempo fa.
Si toccò la pelle sotto l’occhio. Il viso, un tempo, era stato teso, la voce più alta, la risata più larga. Allo specchio non guardava, perché da giovane non ne aveva bisogno. Adesso ne aveva bisogno.
Cominciò a pettinarsi i capelli d’argento, e nella testa un piccolo coro: Michael, la vicina, le sorelle, le colleghe del coro vero, tutti a dire con una voce sola: «A questa età?». Non era la domanda a farle male, ma il fatto di conoscerne la risposta: e perché no? Eppure non sempre riusciva a crederci. Non dubitava quando parlava, ma quando guardava il proprio corpo.
Era quello il punto sensibile. Nella sua mente aveva ancora trentacinque anni, e il corpo diceva altro. E ogni volta che pensava che Walter potesse vederla com’era, tremava. Non per paura che lui detestasse ciò che vedeva, perché non la guardava così; ma perché temeva di detestarlo lei, quel corpo che il mondo le aveva insegnato a far sparire dopo i sessanta: abiti larghi, discorsi sui nipoti, silenzio.
E cosa voleva il suo corpo? Non l’aveva mai detto ad alta voce. Voleva essere toccato.
Fermiamoci a dire ciò che sa chiunque abbia frequentato gli anziani e finge di non saperlo: il desiderio non va in pensione. Ciò che va in pensione è il nostro permesso. E tutte le società, d’Oriente e d’Occidente, concordano su questa strana cosa: togliere l’amore ai nonni, e chiamarlo rispetto.
Prese dal tavolo una piccola fotografia di Hans: un uomo sulla cinquantina, un largo sorriso e un cappello ridicolo. Dopo la sua morte si era detta: questo capitolo è chiuso, e aveva cominciato a vivere senza desiderio, senza dolore, senza niente, e l’aveva chiamato sicurezza. Ma era silenzio. Quello che faceva era un tradimento? No. Il tradimento non è amare, ma fingere di non essere cambiati. Lei non aveva tradito nessuno. Si era solo svegliata.
Rimise la foto al suo posto e decise di dire a Walter, il giovedì seguente, ciò che si era appena detta: che aveva paura di sembrargli vecchia. E se lui avesse risposto: «Anch’io», allora avrebbero avuto paura insieme.
Sorrise e spense la piccola lampada. Nel buio lo specchio custodì l’immagine di una donna seduta dritta, e nei suoi occhi qualcosa che non era andato in pensione.
Nella hall dell’albergo, il giorno dopo, Hanan guardò i due che si tenevano per mano e pensò a ciò che non le era mai venuto in mente: che la vergogna che le avevano insegnato a portare sul desiderio non segue né l’età, né la legge, né la geografia. Segue chi insiste a portarla.
E notò che Karim, in piedi alla reception, guardava la stessa scena, e che Katrin, dall’altra parte della hall, guardava lui.

Capitolo decimo: Pioggia sul ponte

Un giorno di novembre la pioggia cadeva su Waldberg come se il cielo avesse deciso di lavare l’intera città.
Il turno di Hanan era finito presto perché quella che doveva darle il cambio si era ammalata, e lei era rimasta fino alle dieci di sera. Karim, come sempre, prendeva il turno di notte.
— Torni con l’autobus?
— Non ce n’è. La linea è ferma per l’allagamento.
— Ti accompagno io.
— No. Non voglio…
— Hanan, abiti a quattro chilometri. Non sono costretto a vederci altro.
Esitò. Poi disse:
— Va bene.
Nella sua vecchia macchina c’era un odore di plastica calda e di caffè, e alla radio una canzone araba di tanti anni prima. Quando Hanan la riconobbe, trattenne un sorriso.
— Fairuz?
— Mio padre l’adorava.
— Anche il mio.
Tacquero. I tergicristalli lavoravano con ritmo regolare sul vetro, e la città passava intorno a loro come un sogno bagnato.
— Sei felice? chiese Karim all’improvviso.
— Che domanda è?
— Non è una domanda. Cerco solo di capire.
— Cosa?
— Come si passa una vita nelle case degli altri senza stancarsi.
— Mi stanco. Solo che non lo dico.
— Perché?
— Perché nessuno lo chiede.
Si fermò a un semaforo rosso. La guardò, e lei guardò davanti a sé.
— Quando studiavo ingegneria, il mio parere veniva chiesto, disse con voce bassa.
— Ingegneria?
— Ho studiato architettura due anni all’università di Homs, prima di sposarmi. Samir disse che una moglie non studia dopo il matrimonio.
— Non lo sapevo.
— Non lo sa nessuno. Io non racconto.
Perché la ascoltava così? Non lo sapeva. Forse perché nella voce di lei c’era lo stesso filo di nostalgia che conosceva in sé: un paese che non si restituisce, una lingua parlata a voce bassa perché nessuno la senta.
— Da anni, disse, nessuno mi chiede cosa voglio. Non Samir, non Laila perché è piccola, non mia madre. E tu mi hai chiesto adesso se sono felice. Sai quanto mi è sembrato strano?
Karim allungò la mano verso il cambio, e le sue dita sfiorarono il dorso della mano di lei, che vi aveva posato la sua senza accorgersene.
Nessuno ritirò la mano.
Passarono tre secondi, o quattro. Parvero un’eternità. In secondi come questi, per chi conosce la vita, si decide ciò che gli anni non decidono: non nel dire né nel fare, ma nell’astenersi che precede il fare.
— Karim, sussurrò Hanan.
— Lo so.
— Sono sposata.
— E io dormo ancora nella camera 307 con una donna sposata.
Lo guardò con stupore.
— Non me lo dici per guadagnarci qualcosa.
— No. Te lo dico perché non voglio ingannarti. Non voglio che tu pensi che sia un santo che riporta a casa una donna sotto la pioggia.
Ritirò la mano piano, senza violenza.
— Era quello che mi serviva.
— Cosa?
— Che qualcuno mi dicesse la verità senza cercare di conquistarmi.
Quando si fermarono davanti al suo palazzo, aprì la portiera ed esitò.
— Grazie.
— Di cosa?
— Di non aver detto niente di bello.
Scese sotto la pioggia e corse verso il portone.
Ciò che non notò lei, e non notò Karim, che continuava a guardarla allontanarsi, fu la tenda che si mosse appena al secondo piano del palazzo accanto.
La signora Umm Firas, vicina araba sulla sessantina, stava alla finestra con la tazza di tè in mano. Il mattino dopo, prima di preparare la colazione, aveva già telefonato a tre donne del quartiere:
— Ho visto la mamma di Laila con un uomo in macchina, di notte, disse.
Non disse di più. Il quartiere non ne ha bisogno. E qui compare l’ultima legge di questo piccolo mondo: che la verità pesa poco, e che una mezza verità, se detta con tono premuroso, pesa più della verità intera.

Capitolo undicesimo: Tramonto rosso

Karim di solito non beveva.
Ma una settimana dopo quella notte, quando nella cucina di servizio Katrin gli disse con una calma crudele che non voleva che «ciò che c’è tra noi diventi qualcosa con un nome», che suo marito sarebbe tornato il mese successivo, e che il «contratto organizzativo» non ha posto per un uomo che si innamora, uscì dal turno e camminò senza meta verso il quartiere della stazione.
Era un quartiere diverso da quello che conosce il turismo. Negozi chiusi, una stazione che brillava nell’oscurità, e tra i vicoli luci rosse e blu che promettono qualcosa a cui nessuno crede e dove tutti vanno. In ogni grande città c’è un quartiere così, che la città tiene ai suoi margini come una casa ordinata tiene lo sgabuzzino in fondo al corridoio: esiste, ma non se ne chiede.
Entrò in un piccolo locale che si chiamava «Tramonto Rosso».
C’era una luce fioca, odore di vecchio tabacco e una musica che non cercava di farsi ascoltare. Si sedette all’estremità del banco e ordinò un whisky di cui non sapeva il nome. Dopo qualche minuto gli si sedette accanto una ragazza, ventiquattro anni a occhio, in un abito rosso aderente, con gli occhi stanchi di quel genere che il trucco non nasconde.
— Solo?
— Sì.
— Anch’io.
Gli sorrise, e il sorriso era un sorriso addestrato.
— Mi chiamo Anca. Sono romena. E tu?
— Karim.
— Arabo?
— Siriano.
— Mi piacciono gli arabi. Danno buone mance.
Non seppe se ridere.
— Quanto vuoi? Non intendeva dirlo così duramente, ma uscì così.
— Sedersi con me un’ora: cento euro. Per il resto ci mettiamo d’accordo.
— Il resto non ci sarà.
Alzò le sopracciglia.
— Sei religioso?
— No. Sono solo stanco.
— Non è una ragione. Sono tutti stanchi, qui.
E indicò con il mento gli uomini silenziosi ai tavoli.
Karim continuò a osservarla. Notò che la mano destra le tremava un poco quando reggeva il bicchiere, e che ogni due minuti circa gli occhi di lei andavano a un uomo massiccio in fondo al banco, che stava in piedi come sta una guardia, non come sta un gestore.
— Quell’uomo?
— Non guardare. Crede che siamo amici.
— E cosa fa?
— Tiene il mio passaporto. Per protezione. Così dice.
— Sei qui per tua volontà?
Lo sguardo di lei era metà risata e metà qualcos’altro.
— Volontà è una parola grossa. Sono venuta per fare la cameriera in un ristorante. Un amico del mio paese diceva che pagavano il triplo. Quando sono arrivata mi hanno preso il passaporto «per le pratiche». Dopo un mese mi hanno detto che ero in debito per il viaggio, l’alloggio, i vestiti. E poi…
Non finì.
— Possiamo andare alla polizia.
— No.
Lo disse in fretta, con freddezza.
— Perché?
— Perché al mio paese sanno dove lavoro. Perché mia madre è malata e mio fratello va a scuola, e i soldi che mando… E perché quell’uomo conosce il mio indirizzo. E il suo.
— Anca, ci sono linee di aiuto per le vittime della tratta…
— Non cercare di salvarmi.
Lo guardò con durezza.
— Peggiorerebbe tutto. Tu te ne vai e io resto. Bevi, paga, e domani sei nel tuo letto. È meglio per tutti e due.
Karim non disse nulla. Pensava che il mondo libero, il mondo degli alberghi aperti e delle relazioni gestite da contratti organizzativi, fosse senza confini. E invece li aveva, solo che avevano cambiato nome: il confine del denaro, il confine del passaporto, il confine della paura. Sono i più crudeli perché non si vedono, non li sorveglia uno Stato, non li protegge un onore, e nei discorsi non vengono chiamati col loro nome.
Mise cento euro sul tavolo.
— Per l’ora.
— E dopo?
— Niente. Siediti e basta. Parlami del tuo villaggio.
Lei lo guardò come si guarda un animale strano mai visto prima. Poi gli raccontò di una casa sulla collina, di un noce vecchio trecento anni, di un fratellino che sogna di fare il medico.
Quando se ne andò, alle tre del mattino, annotò sul telefono il numero della linea di aiuto per le vittime della tratta. Non sapeva se avrebbe chiamato.
Al mattino trovò Katrin ad aspettarlo nella hall.
— Non hai dormito.
— No.
— Che hai fatto?
— Sono stato in un posto dove la gente vende se stessa. E ho imparato che la «libertà» che vi invidiavo ha un altro volto.
Lo guardò in silenzio. Poi disse:
— Conosco un avvocato che si occupa di questi casi. Dammi il nome del locale.
— Perché?
— Perché è la prima volta che mi chiedi qualcosa.
Chiamarono insieme la linea quella mattina. Una settimana dopo, quando Karim tornò al «Tramonto Rosso», trovò le finestre sbarrate e un avviso sulla porta. Chiese a un cameriere del bar accanto, che alzò le spalle: «Chiuso. È venuta la polizia. Non so che ne è stato delle ragazze».
Karim non seppe mai che cosa ne fosse stato di Anca. Era la più dura e la più vera di tutte le verità: che certe storie non finiscono dove vorremmo, e che quando interveniamo non sappiamo sempre se abbiamo salvato qualcuno.
Katrin, quella notte, tornò a casa da sola.
Katrin ama i numeri, e nelle notti in cui Thomas è a Singapore o a Shanghai si siede nel suo studiolo, apre un quaderno nero e scrive in due colonne: «Ciò che ho» e «Ciò che voglio». Quella sera scrisse: «Ciò che ho: un lavoro. Una casa. Un matrimonio senza guerre. Amiche. Libertà». E sotto la seconda colonna la penna si fermò.
Rimase a lungo in silenzio. Poi scrisse, cancellò, scrisse di nuovo: «Voglio Karim».
Perché cancellò? Perché non entra nella tabella. E chi ha fatto la tabella? Lei. E allora perché non cambiarla? Perché cambiare non è così facile. Si alzò, si versò un bicchierino di vino e capì ciò che sapeva senza averlo mai nominato: che il «matrimonio della libertà» che sette anni prima le era parso intelligente, maturo, europeo, era in realtà una barriera, che la proteggeva dal dover avere bisogno di qualcuno. Lo aveva ereditato dalla madre, che si era appoggiata al padre e ne era stata lasciata, e aveva detto alla figlia: «Non dipendere mai». Così Katrin aveva costruito una casa in cui nessuno potesse lasciarla, perché non ci abitava nessuno.
Karim la faceva sentire bisognosa, e questo la spaventava. Perché ogni relazione cominciata dal bisogno, nella sua memoria, era finita in una perdita. E perché non accontentarsi dell’immunità? Perché ogni relazione cominciata dall’immunità era finita nel vuoto. E non trovò risposta.
Allungò la mano verso il quaderno e scrisse una terza colonna: «Ciò che temo». L’elenco era di cinque voci: che lui si legasse a lei e lei non potesse ricambiare; che lei si legasse a lui e lui non ricambiasse; scoprire che non sapeva amare senza condizioni; tradire Thomas non con un atto ma con la franchezza; essere chiacchierona e distruttiva come sua madre.
Rilesse l’elenco, e la voce più strana era la quarta. Non temeva un tradimento del corpo, perché il contratto lo consentiva. Temeva la franchezza: dover dire un giorno a Thomas «mi sono innamorata». Quella frase, da sola, è fuori dal contratto.
— Lo ami? si chiese.
— Non so se si chiami così. Ma quando lo vedo smetto di contare. Di calcolare perdite e guadagni. Lo guardo e basta.
— Questo è amore.
— O attrazione.
— O tutte e due.
Chiuse il quaderno. Gli aveva detto: «Non ingrandiamo la storia», e l’aveva detto per paura, e sapeva che lui aveva capito e ne avrebbe sofferto, e che di quel dolore portava la responsabilità. Si sarebbe scusata? No. Avrebbe detto la verità quando l’avesse conosciuta, cioè quando avesse smesso di nascondersi dietro la parola «libertà».
Bevve l’ultima goccia e disse a bassa voce che la vera libertà non è non avere bisogno, ma avere bisogno e ammetterlo. Su un foglio nuovo scrisse: «Domani: parlo con Thomas».
E guardò la frase senza cancellarla.

Capitolo dodicesimo: Ciò che ha rivelato il telefono

Samir cercava un caricabatterie per il telefono.
Entrò nella camera di Laila mentre lei era in bagno e trovò il suo cellulare sul letto, acceso su un nuovo messaggio. Non voleva guardare. Non sapeva che ciò che avrebbe visto gli avrebbe spezzato qualcosa nella vita.
Lo schermo non era bloccato: Laila a volte dimenticava.
Marc: «Mi manchi. Ci vediamo domani? Non dirlo a nessuno.»
Poi foto, poi messaggi più vecchi. E scorrendo con il dito tremante trovò una foto di sua figlia con un ragazzo biondo sulle scale della biblioteca, che ridevano, le mani vicine.
Si sedette sul letto. Non leggeva bene il tedesco, ma riconobbe il nome dell’uomo, capì la parola «domani», capì «non dirlo a nessuno». Questa frase si capisce in tutte le lingue, e un padre non ha bisogno di un dizionario per sapere cosa significa.
Laila uscì dal bagno avvolta in un asciugamano e vide suo padre seduto, il telefono in mano. Nessuno si mosse.
— Papà…
— Chi è?
— Chi?
— Quest’uomo. Questo che dice di non dirlo a nessuno.
— Papà, dammi il telefono.
— Chi è?
La voce si alzò, la porta del salotto si aprì e arrivò Hanan con il viso spaventato.
— Che succede?
— Chiedilo a lei! Chiedilo a tua figlia!
— Samir!
— Tua figlia incontra degli uomini!
— Non lo incontro! gridò Laila, già in lacrime. Non l’ho mai incontrato! Non l’ho mai visto!
— E il ragazzo?
— È Jonas! Un compagno di classe! Ci teniamo solo per mano!
— Ti tieni per mano?! E questo? «Non dirlo a nessuno»?
E alzò la mano.
Nessuno sa come sia accaduto. Samir non era un uomo violento. Ma tutto ciò che aveva dentro di paura, di rabbia, di vergogna ereditata si levò in una volta sola, e la sua mano era in aria sopra il volto della figlia. È uno di quei momenti della vita in cui un uomo viene giudicato non per ciò che ha fatto, ma per ciò che stava per fare, e per ciò da cui un altro lo ha trattenuto.
Hanan si mise in mezzo.
— No.
Lo disse con una calma che lui non le conosceva.
— Spostati.
— No. Non la picchierai. Sai che non lo faresti.
— Sei tu che l’hai rovinata!
— Forse. O forse sei stato tu a insegnarle a nascondere. Se avesse potuto raccontartelo, nel suo telefono non ci sarebbe un «non dirlo a nessuno».
Laila guardava i genitori come si guarda un film di cui non si conosce la fine.
— E tu, Hanan? disse Samir lentamente, con la voce abbassata in modo spaventoso. Hai qualcosa da raccontare?
— Su cosa?
— Umm Firas mi ha telefonato oggi. Ha detto che ti ha vista nella macchina di un uomo, di notte.
Tutti tacquero.
Hanan avrebbe potuto negare, avrebbe potuto dire che era un collega che l’aveva accompagnata, ed era vero. Ma guardò la figlia, ferma davanti a lei con l’asciugamano bagnato e la paura, e capì che il momento non avrebbe tollerato una mezza verità.
— Sì. Un uomo mi ha accompagnata sotto la pioggia. Siriano, dell’albergo. Non è successo niente. Ma in quella macchina ho sentito, per la prima volta dopo anni, che qualcuno voleva ascoltarmi. E questo mi ha spaventata più che se mi avesse toccata.
Samir la guardava come se la vedesse per la prima volta.
— E hai…
— No. Ma ci penso. Ed è la verità che non posso negare. Sono una persona, Samir, non soltanto una moglie.
Si sedette sul letto accanto alla figlia, la testa fra le mani. Passarono lunghi minuti. Nel silenzio Laila disse con voce sottile:
— Papà… L’uomo che mi scrive… Non lo conosco. È più grande di me. E ho paura di lui.
Samir alzò la testa.
— Cosa?
— Avevo paura. Volevo dirtelo. Ma sapevo che mi avresti chiusa in casa e la mamma si sarebbe addolorata. Così non l’ho detto a nessuno. E lui mi diceva che nessuno mi capisce tranne lui.
Il viso di Samir si contrasse come se qualcuno lo avesse colpito al petto, e non disse nulla.
Hanan tese la mano e prese quella della figlia, e dopo un attimo di esitazione Samir tese la sua e prese l’altra. I tre, sul letto, in una stanza piccola, senza parole.
Il giorno dopo andarono a scuola. Li ricevettero la signora Brandt e la psicologa scolastica, e aprirono insieme il telefono. La psicologa spiegò, con voce calma e ferma, che ciò che era successo aveva un nome, che Laila non aveva fatto nulla di sbagliato, e che la colpa era tutta di un uomo adulto che sceglie una ragazza di sedici anni. Che c’era una polizia specializzata, e che non era una storia da seppellire.
Samir chiese con fatica:
— Puniranno mia figlia?
— Mai. Si punisce soltanto chi sfrutta.
Aveva bisogno di sentirlo due volte.
Due settimane dopo telefonò la polizia. Scoprirono che «Marc» non era un fotografo, che usava più nomi, e che nel suo telefono c’erano i numeri di altre otto ragazze in vari Länder. In due casi non si era andati oltre i messaggi; in altri si era andati oltre, e non è il caso di dirne qui.
Quella notte Laila, nella sua stanza, affondò il viso nel cuscino e disse:
— Pensavo fosse amore.
Hanan, sedendosi accanto a lei, disse:
— Avevi bisogno che qualcuno ti ascoltasse. E lui ha riconosciuto quel bisogno e l’ha sfruttato. Non è una colpa avere bisogno. La colpa è sua.
— E Jonas?
Hanan sorrise con stanchezza.
— Jonas è un’altra cosa. Ama chi mette la mano accanto alla tua, non sopra.
Laila rise piangendo.
— Come lo sai?
— Sono tua madre.
Quanto a Samir, guidò il camion fino a Monaco alle tre di quella notte.
L’autostrada alle tre del mattino non è una strada. È un fiume nero che scorre in silenzio. La radio era spenta, il parabrezza luccicava di gocce di pioggia. Era l’unico posto in cui parlava con se stesso, e quando non parlava con se stesso sentiva la voce di suo padre.
La voce di suo padre arrivava sempre in frasi brevi e secche come terra: «L’uomo non piange». «L’uomo non chiede». «Ciò che una donna dice in casa si dimentica, ciò che fa fuori si punisce». La mano gli tremava sul volante come aveva tremato quando aveva visto la figlia con il ragazzo. E non c’era nulla da negare: avrebbe alzato la mano, e a fermarlo era stata solo Hanan, in piedi in mezzo.
Disse alla voce del padre: non sono te. E la risposta fu: no, sei più debole. E disse: no, sto cercando di capire perché mia figlia sembrava aver paura di me. La voce del padre tacque un attimo, poi disse: perché sei l’uomo di casa, e questo significa proteggerla. Da cosa? Dal mondo. E se fossi io il mondo di cui ha paura?
Era una domanda nuova. Nella sua eredità non aveva una risposta. Aprì un poco il finestrino, entrò aria bagnata, e disse ad alta voce, al camion soltanto e alla notte: ho paura. Che Laila diventi una donna che non conosco. Che Hanan mi guardi e non veda un uomo. Di aver passato vent’anni a portare «la casa» sulle spalle senza mai chiedere: di cosa ha bisogno chi ci vive? E perché non l’aveva chiesto? Perché non aveva imparato come, e temeva che la risposta fosse più grande di lui.
Passò un cartello verde: «München 120». E arrivò un’altra voce, che non conosceva bene, simile a quella della consulente familiare araba del centro comunale, quella donna tranquilla che una volta gli aveva detto: «Non hai bisogno di essere forte. Hai bisogno di essere presente». Presente come? Sedersi accanto a lei senza la televisione. E cosa dire? Niente: chiedere soltanto: «Sei stanca oggi?». E rise, di una risata roca, perché era la frase più semplice del mondo, e non la pronunciava da ventitré anni.
E si fece una domanda improvvisa, che non somigliava agli uomini fra cui era cresciuto: la amo? Sì. Non sa se si chiami così, ma sa che quando lei era rimasta due giorni dalla madre, cinque anni prima, non era riuscito a mangiare, e che non sopporta che qualcuno la tocchi, e che non gliel’ha mai detto. E se lei pensava che la possedesse? Allora distingue l’affetto dal possesso: chi ama la vuole felice, chi possiede la vuole ferma.
Gli occhi gli brillarono. Si ricordò di un foglietto che la consulente gli aveva scritto di suo pugno: «I confini sani tra due coniugi non sono quelli con cui uno impedisce all’altro, ma quelli con cui ciascuno sa cosa fa male all’altro e lo evita, cosa lo rende felice e glielo dà». E pensò: in tutta la vita aveva avuto molti confini, ma tutti per impedire agli altri. Non ne aveva tracciato uno solo per impedire se stesso: non alzare la mano, non dire «non sono affari tuoi», non lasciare che il silenzio sieda tra lui e chi ama. Ci sarebbe riuscito? Avrebbe provato.
Alla prima area di sosta fermò il camion, spense il motore e rimase a lungo seduto. Poi tirò fuori il telefono e non chiamò nessuno. Scrisse nelle note: «Domani: le chiedo se è stanca».
Chiuse il telefono e restò a guardare la pioggia.

Capitolo tredicesimo: Confini di sabbia

Le cose non finirono in modo netto. Né la vita finisce così, né i romanzi sinceri.
Samir e Hanan dovevano decidere che fare. E andarono, contro le loro abitudini, da una consulente familiare che parlava arabo, in un piccolo centro comunale. Lui all’inizio non era convinto, e sedeva rigido sulla sedia dicendo: «Noi i nostri problemi non li raccontiamo agli estranei». Ma la consulente gli disse con dolcezza:
— Quando non li racconti agli estranei, li racconti a tua figlia senza parole.
Samir pose come condizione che le sedute restassero riservate, e lei acconsentì. Alla quarta seduta disse a Hanan ciò che non diceva da vent’anni:
— Non so come essere l’uomo che il tuo cuore desidera.
— E io non so come dirti ciò che desidera il mio cuore.
— Allora cominciamo da qui?
— Cominciamo da qui.
Non fu un amore improvviso né una riconciliazione teatrale. Fu qualcosa di più lento e più modesto: sedersi insieme una sera alla settimana senza televisione, e che uno facesse all’altra una sola domanda. Samir cominciò con «Sei stanca oggi?», ed era la domanda più difficile che avesse mai imparato. Ed è ciò che la maggior parte degli oratori ignora: che le parole più piccole richiedono il coraggio più grande, perché non hanno nulla dietro cui nascondersi.
Nel frattempo Hanan si iscrisse a un corso serale per il riconoscimento del titolo di studio. Non disse a nessuno che voleva tornare all’architettura, ma ricominciò a disegnare.
Karim lasciò l’albergo in primavera. Aveva presentato domanda a uno studio di ingegneria nella città vicina, e lo avevano accettato dopo due colloqui; lo disse a Katrin solo l’ultima settimana.
— È a causa mia?
— In parte.
— E io non ti avevo promesso niente.
— No. Per questo non ti biasimo. Sei stata sincera come avevi detto. Ma ho scoperto che non sono adatto alle relazioni gestite per contratto. Ho bisogno di essere qualcosa per qualcuno, non una clausola.
— E ci sarà qualcuno?
— Forse, forse no. Ma voglio provare a cercarlo a volto scoperto.
Katrin posò la mano sulla sua guancia.
— Credevo di essere la più libera dei due.
— Forse lo eri.
— E ora non lo so.
— Non sempre sappiamo. E non ne abbiamo l’obbligo.
Quando se ne andò, lei rimase a lungo ferma alla porta della reception. Poi tornò alla scrivania, aprì il fascicolo dei prossimi eventi e non ne lesse una riga. La donna che gestisce i numeri sa, in momenti come questo, che le perdite più grandi non si iscrivono in nessuna colonna.
Nello stesso mese Rasha mandò a Hanan un breve messaggio vocale:
— Ho fatto domanda per una borsa di studio. Pedagogia della prima infanzia. In Germania. Non dirlo a nessuno.
Hanan rise e le rispose: «Dimmi tutto. Ti aiuto io con le carte».
Majed non aveva cambiato idea. Ma la loro madre, che aveva pianto per una lunga notte dopo lo schiaffo, gli disse una mattina: «Se vuoi allontanare tua sorella da te per sempre, continua». Non era un’obiezione di pensiero. Era paura di perdere. E a volte la paura di perdere basta a mettere fine a ciò che le idee non riescono a finire.
Gertrud e Walter decisero di vivere insieme in un piccolo appartamento al margine della città. Michael disse alla madre che «sarebbe venuto a trovarli ogni tanto»: parola piccola, ma la più grande ammissione che si potesse strappare a un figlio di quarant’anni.
In una domenica di giugno Hanan, Samir e Laila andarono a un piccolo lago fuori città.
Samir sedeva su un tronco e beveva tè da una borraccia, Hanan sfogliava senza leggere un libro che teneva in mano, Laila camminava sulla sabbia lungo la riva. Si chinò e con il dito tracciò una lunga linea dritta nella sabbia bagnata. Arrivò una piccola onda e la cancellò. Ne tracciò un’altra, e un’onda la cancellò.
Jonas apparve in lontananza e le fece un cenno con la mano, ma non si avvicinò. Rimase fermo a distanza, come avevano concordato, la guardò e aspettò.
Laila tornò dalla madre e sedette accanto a lei.
— Mamma, a scuola la prof ha detto che ognuno ha dei confini. Papà dice che la vita ha dei confini. E quell’uomo, Marc, non riconosceva nessun confine. Allora chi li traccia davvero?
Hanan ci pensò a lungo.
— Nessuno li traccia da solo. A volte li tracciamo noi. A volte ce li tracciano i nostri genitori, per paura di perderci. A volte li traccia la legge, per proteggerci da chi i confini non li conosce. A volte li tracciano gli altri, perché vogliono controllarci. E la differenza tra i due generi è sottilissima.
— E come faccio a riconoscerla?
— Con una sola domanda: a chi giova? Se il confine ti protegge, rispettalo. Se protegge qualcun altro da te, chiedigli: perché?
— E se non trovo risposta?
— Allora non abbatterlo con rabbia. Lascia la porta aperta alla domanda.
Laila guardò il lago.
— La linea nella sabbia non dura.
— No. Ma la linea che tracci dentro di te dura, se sai perché l’hai tracciata.
Passò una brezza leggera e scosse un albero lontano. Sulla riva il piccolo mare riscriveva i confini ogni minuto, come a dire che i confini non sono muri che si costruiscono una volta sola. Sono accordi vivi, rinnovati ogni giorno fra corpi, cuori, famiglie e leggi; e ogni generazione crede di essere la prima a scoprirli, e ogni generazione paga il prezzo del silenzio prima di imparare a parlare.
Hanan non aveva risposte, ma per la prima volta sapeva almeno questo: che sono le domande non dette a divorare le case dall’interno.
Samir si alzò e tese la mano alla figlia, poi lanciò una rapida occhiata alla moglie.
— Su. Si mangia.
In quelle parole, nella loro semplicità, qualcosa era cambiato, e nessuno aveva bisogno di nominarlo.
Libro secondo: Un anno dopo

Capitolo quattordicesimo: Rasha è arrivata

Hanan stava nella sala arrivi dell’aeroporto di Stoccarda con in mano un cartello che Laila aveva scritto in lettere colorate: «Benvenuta, maestra Rasha».
Sapeva che il cartello era esagerato, ma non aveva saputo resistere. Era sua sorella, che non abbracciava da otto anni, che aveva ottenuto la borsa dopo tre rifiuti ed era partita con una sola valigia e con il permesso scritto del fratello Majed, che l’aveva firmato voltando la faccia.
Rasha uscì dalla porta di vetro, magra, con un cappotto corto non adatto al freddo di quel luogo e un velo nero sui capelli. Si fermò un istante a guardare i molti volti intorno, come chi entra in una stanza dove la luce è più forte di quella a cui è abituato. Poi vide il cartello.
Non disse nulla. Lasciò la valigia e corse, e si strinsero così forte che la gente si voltò, sorrise e proseguì: i tedeschi sanno che certi abbracci non vanno fissati.
— Sei qui, disse Hanan.
— Sono qui. E non ci credo.
In macchina Rasha guardava dal finestrino in silenzio.
— Che c’è? le chiese Laila dal sedile posteriore.
— Niente. È solo che… non avevo mai visto una strada con così tanta gente dove nessuno guarda nessuno.
— Ti abituerai. Qui ognuno è occupato con se stesso.
— Mi sembra una benedizione.
— A volte è solitudine, disse Hanan piano.
Rasha tacque, poi disse:
— E io credevo che la solitudine esistesse solo nelle case chiuse.
Nelle prime settimane Rasha abitò in una piccola camera universitaria di un complesso studentesco, dividendo la cucina e due bagni con otto studenti: due tedeschi, un’iraniana, un camerunese, uno spagnolo, due ragazze cinesi e una tedesca che si chiamava Lena.
La terza notte sentì, al di là della parete, la risata di un uomo e di una donna, poi un silenzio, poi un suono che nessun orecchio può fraintendere. Sedette sul letto con un cuscino fra le mani, come per ripararsi, e arrossì da sola nel buio. Un’ora dopo la porta della cucina si aprì e ne uscì un ragazzo in maglietta stropicciata per bere un po’ d’acqua. La vide seduta al tavolo con gli occhi aperti e disse:
— Scusa se vi abbiamo disturbato. Senti molto?
— Un po’.
— Faremo più piano.
Tornò in camera, e Rasha rimase sconvolta da due cose: che si fosse scusato con una semplicità che non portava vergogna, e che lei non avesse saputo cosa si dovesse dire.
La mattina, mentre preparava il caffè, Lena entrò sorridendo.
— Buongiorno. Spero che stanotte non ti abbiamo dato fastidio.
— No. È solo che… non ci sono abituata.
— Il mio ragazzo, Markus. Stiamo insieme da due anni. Nella tua cultura è proibito?
— Proibito, sì. Ma succede di nascosto.
— E di nascosto è meglio?
Rasha ci pensò.
— Non so. Di nascosto nessuno sa che qualcuno soffre.
Dopo un silenzio Lena disse:
— Qui tutti sanno, ma nessuno interviene. A volte vorrei che qualcuno mi chiedesse: stai bene?
Rasha rise amaramente, alzando la tazza:
— E io vorrei che nessuno me lo chiedesse.
In questa frase sola c’è forse tutta la distanza fra i due paesi: un mondo che chiede più del dovuto e non ascolta, e un mondo che non chiede mai e vede tutto.
Cominciò a imparare. A scendere in cucina senza velo a tarda ora. A dire «no» a un collega che la invitava a una festa senza sentirsi in peccato. A ridere a voce alta nel corridoio. Ogni piccolo passo era come sciogliere un nodo in una corda che le stringeva il collo fin dall’infanzia.
Poi venne la sera della festa.
Era una festa studentesca in una cantina, a cui l’aveva invitata Lena: musica alta, luci colorate, corpi che ondeggiavano. Rasha teneva un bicchiere di succo quando un ragazzo di nome Tobias le disse con un bel sorriso:
— Vuoi qualcosa di più forte?
— Non bevo.
— Una volta sola?
Guardò il bicchiere che lui le porgeva, la sala che girava, se stessa: una donna di ventinove anni che sente ventotto anni di divieti premerle sul petto e vuole spezzarli tutti in una notte.
Bevve.
Dopo un’ora rideva molto, stava molto vicina a lui, la mano di lui sulla sua schiena, e si diceva: «Questa sono io. Questa è la libertà».
— Vuoi che andiamo in un posto più tranquillo? le chiese.
La frase era chiara. E dentro Rasha c’erano due voci: una gridava «Fallo! Dimostra a tutti!», e un’altra, più debole ma più profonda, diceva: «Non sei qui per dimostrare niente a nessuno, né per bruciare ciò che hai dentro e vendicarti». È uno dei momenti più pericolosi per chi si libera da poco: credere che tutto ciò che era vietato sia diventato un dovere, confondere lo spezzare le catene con il gettarsi nell’abisso.
Posò il bicchiere.
— No.
— No?
— Non adesso. E non così.
Aspettò che lui si arrabbiasse, o la convincesse, o la prendesse in giro, come aveva immaginato. Lui disse:
— Va bene. Ti accompagno a casa?
— No. Vado con Lena.
— Come vuoi.
E si allontanò senza rancore.
Sulla strada del ritorno Lena disse:
— Stai bene?
— Non so. Ho sentito che stavo per fare qualcosa perché avevo paura di non farlo.
— E adesso cosa ne pensi?
— Che la libertà non è dire «sì» a tutto. È poter dire «no» senza pagarne il prezzo, e poi «sì» quando lo voglio io.
— Forse è la lezione più difficile.
— O forse l’unica.
Arrivata in camera scrisse un messaggio alla madre: «Sto bene. Studio molto». Poi ne mandò un altro a Hanan soltanto: «Oggi ho imparato a dire no. E avevo bisogno di dirlo a qualcuno».
Hanan rispose dopo un minuto: «Sono fiera di te. E nessun altro ha bisogno di saperlo».

Capitolo quindicesimo: Umm Firas

Ogni venerdì le donne arabe del palazzo si riunivano a casa di una di loro per il tè, i dolci e le chiacchiere.
Hanan non ci andava spesso. Ma quando Umm Firas la invitò di persona, con un tono a metà tra la cordialità e la sfida, capì che era un invito a un piccolo tribunale con un vassoio di biscotti. Ogni piccola comunità, in ogni paese, ha il suo tribunale: senza giudici né avvocati, le sentenze si eseguono con gli sguardi, ed è il più rapido dei tribunali e il meno misericordioso.
— Umm Laila, le tue visite si sono diradate.
— Il lavoro, Umm Firas.
— Il lavoro è il lavoro. Ma la gente dice che sei cambiata.
Nella stanza c’erano sei donne. Una guardava la tazza, un’altra la finestra, una terza aveva già preso posizione.
Hanan aveva davanti due strade: scusarsi, sorridere e cambiare discorso, salvandosi per quella sera e perdendo tutto il resto; oppure posare la tazza e dire ciò che non aveva mai detto. Posò la tazza.
— Ho saputo che mi hai vista nella macchina di un uomo, disse con calma.
— Io non ho detto…
— Lo hai detto a tre donne, e loro ad altre. Va bene. Voglio solo dire la verità, perché siate voi a conoscerla, non la voce che gira. Era un collega di lavoro, mi ha accompagnata sotto la pioggia perché l’autobus era fermo. Non è successo niente. Ma non vi dirò che non ho sentito nulla, perché non mi piace mentire.
Cadde il silenzio.
— E non lo dico per chiedere perdono. Lo dico perché sono stanca di vivere come se fossi accusata di qualcosa che non ho fatto, e di ciò che ho sentito.
Una donna seduta nell’angolo, Umm Jamal, disse con voce secca:
— Ma il sentimento da solo è pericoloso.
— No. Il sentimento non è un pericolo. Il pericolo è punire la gente per questo, così non lo dice, e diventa un segreto, e il segreto diventa veleno. Quante di noi lo hanno taciuto per vent’anni?
Umm Jamal si turbò e guardò le proprie mani. Umm Firas guardò Hanan, con il volto cambiato.
— Parli come se sapessi più di quello che dici.
— So ciò che sa ognuna di voi, e non dice.
Una giovane donna di nome Salma, in fondo alla stanza, rise di una breve risata che soffocò con la mano. Poi guardò tutte e disse a voce bassa:
— Anch’io avevo paura di dirlo. Mio marito mi ha picchiata l’anno scorso. Non l’ho detto a nessuno. Per tre mesi mi sono messa il kajal per nascondere il segno.
Calò un silenzio di altro genere.
Dopo un po’ Umm Firas disse, con una voce che non somigliava alla sua:
— E io… mia figlia, in Giordania, è divorziata da un anno. Non ve l’ho detto perché mi vergognavo.
— Perché?
— Perché la prima cosa che mi hanno chiesto è stata: cos’ha fatto lei?
Hanan la guardò. In quel momento Umm Firas non era la vicina che sorveglia dalla finestra. Era una donna di sessant’anni che aveva portato a lungo la paura delle chiacchiere, finché era diventata un’arma da usare sugli altri prima che la usassero su di lei. Ed è il segreto di molti delatori: non sono malvagi, sono spaventati che si allenano ad attaccare.
Quella sera il quartiere non cambiò, ma qualcosa si incrinò.
Quando Hanan lasciò la casa di Umm Firas, la padrona di casa la raggiunse alla porta.
— Non avercela con me.
— Non ce l’ho.
— Credevo di proteggervi.
— E io credevo di proteggere me stessa con il silenzio. Ci sbagliavamo tutte e due.
Con imbarazzo Umm Firas tese la mano e le mise nel palmo un biscotto avvolto in un tovagliolo.
— Per Laila.
Era il più vicino alle scuse che sapesse offrire.

Capitolo sedicesimo: La testimone

Il giorno del processo arrivò a maggio.
Non era un’aula enorme e terribile come Laila l’aveva immaginata dai film. Era una stanza semplice, con tavoli di legno, tende color sabbia e una giudice sulla cinquantina dal volto neutro, non duro.
La sua testimonianza era stata registrata prima, in presenza di una psicologa, in una stanza tranquilla dai colori rassicuranti. Non aveva dovuto affrontare «Marc». L’avevano organizzato così per proteggere chi ha la sua età, e Laila sentì una gratitudine confusa verso chi aveva pensato a quel particolare. È una virtù che nei discorsi non si cita perché è piccola: che la legge si ricordi che un testimone è una persona.
Sedette in prima fila accanto al padre.
Samir indossava il suo unico abito e si era stirato da solo la camicia. In quella sala sembrava piccolo, più piccolo di come lei l’avesse mai visto, ma le teneva la mano con forza.
Quando fu proiettata la registrazione, nell’aula non si udiva una voce. Laila sentì la propria raccontare come tutto fosse cominciato con un commento, come i messaggi fossero diventati quotidiani, come lui le avesse detto «non dirlo a nessuno», come una notte avesse capito che qualcosa non andava e non avesse trovato parole da dire a nessuno. E sentì il padre respirare con violenza accanto a sé.
Quando finì, lui si voltò e sussurrò in arabo:
— Perché non me l’hai detto?
Non era una domanda di rimprovero. Era la domanda di chi vuole davvero sapere.
— Perché mi avresti chiusa in casa.
— L’avrei fatto.
Lo disse con una sincerità dolorosa.
— E ora capisco che è stato proprio quel chiudere a farlo riuscire.
Laila non disse nulla. Gli strinse la mano.
La sentenza arrivò dopo due ore: anni di carcere, divieto di contatto con i minori, obbligo di terapia. Nessuno respirò con vero sollievo: una sentenza non restituisce alle ragazze ciò che è stato loro tolto. Ma Laila sentì qualcosa uscirle dal petto, come se un vecchio sasso lasciasse il suo posto.
Dopo l’udienza Jonas era in piedi sulla scalinata del tribunale: era venuto di propria iniziativa e aveva aspettato tre ore.
— Non sono entrato, disse. Non sapevo se ne avessi il diritto.
— Ne avevi il diritto.
— Volevo solo vederti quando fosse finita.
Lei andò verso di lui e si fermò a due passi.
— Jonas, voglio dirti una cosa.
— Dimmi.
— Ti voglio bene. Credo. Ma non sono pronta per molte cose. E voglio essere sincera, così non succede qualcosa che non voglio, o che non capiamo.
Il suo volto non cambiò.
— Va bene.
— Ti dà fastidio?
— No. Mi dà fastidio che non te l’abbia detto io prima.
— Cosa?
— Che nemmeno io sono pronto. Ho un po’ paura. E vorrei soltanto tenerti la mano e parlare con te di musica. Basta?
Laila rise di cuore per la prima volta da mesi.
— Bastissimo.
Samir era in piedi qualche metro dietro di lei, vedeva il ragazzo e vedeva la figlia, e si dominava con ogni fibra per restare fermo. Quando Jonas si avvicinò, si presentò in tedesco e gli tese la mano, Samir disse in un arabo stentato:
— Io… Samir. Padre di Laila.
— Piacere.
— Abbi… cura di te.
Era la frase più strana che avesse mai rivolto a un uomo che teme gli porti via la figlia. Ma era la frase di un uomo che cerca di imparare.
La sera, tornando a casa in autobus, Laila disse al padre:
— Papà, grazie.
— Di cosa?
— Di non avermi detto «hai sbagliato».
Lui guardò il finestrino.
— Quello che ha sbagliato sono io. Ci ho messo troppo a capire.
— Ma hai capito.
— Sì. E cercherò di restare lì.

Capitolo diciassettesimo: Una cartolina dalla Romania

Karim lavorava nella sua nuova città come ingegnere in una ditta di progettazione di ponti, ed era la prima volta che ritrovava il proprio nome vero sulla porta di un ufficio.
Arrivava alle otto e usciva alle cinque, e fra le due ore dimenticava di essere stato un giorno uno che riconosceva le persone dalla voce, di notte. Il giorno era diventato giorno, e la sera sera. Ma non si liberò dell’insonnia, perché l’insonnia non è solo opera della notte: è ciò che resta delle domande quando gli alberghi si chiudono.
Sei mesi dopo lesse in un annuncio universitario che un’organizzazione cercava volontari che parlassero arabo e inglese per assistere le vittime della tratta di esseri umani. Non ci pensò a lungo: telefonò. E da allora ogni martedì sedeva in una stanza piccola con persone uscite da vite che non si raccontano facilmente: donne romene, nigeriane, siriane, un ragazzo afghano. Non diceva loro «vi salverò»: aveva imparato da Anca che è la frase più falsa che si possa dire. Diceva: «Io ci sono. Posso tradurre per voi, e posso sedermi con voi».
Un martedì di agosto arrivò all’organizzazione una cartolina senza mittente.
Mostrava un enorme noce su una collina verde, e sul retro, con una scrittura minuta in inglese, una frase sola:
«Mio fratello è al primo anno di medicina. Grazie per essere stato un’ora con me.»
Karim la lesse più volte, poi guardò il timbro postale: Romania. Alzò la testa e vide che la collega Elena lo osservava.
— Conosci la mittente?
— Sì. Credo di sì.
— Sta bene?
— Non lo so. Ma so che è viva. E che ricorda.
Non c’era altro. Ma Karim, dopo, sedette in macchina nel parcheggio e pianse come non piangeva da anni, senza sapere bene perché. Forse perché certo bene non ci arriva se non dopo che abbiamo smesso di aspettarlo, come certe domande a cui la vita risponde solo dopo che le abbiamo dimenticate.
La sera, davanti alla porta di casa, trovò sulle scale una donna seduta con il cappotto avvolto intorno alle ginocchia.
— Katrin?
— Ciao, Karim.
Non era cambiata molto: il viso più magro, gli occhi più sinceri.
— Come hai trovato il mio indirizzo?
— Da Daniel, il tuo vecchio collega dell’albergo. L’ho messo in imbarazzo.
— Che ci fai qui?
— Il mio matrimonio è finito.
Lo disse senza drammi.
— Thomas è tornato, e ci siamo detti la verità: che vivevamo come soci d’ufficio, che nessuno dei due odia l’altro, ma nessuno dei due ama qualcuno. Ci siamo separati con calma. Due avvocati, due fogli e un caffè.
— Mi dispiace.
— Non dispiacerti. Non è dolore. È chiarezza.
Karim si sedette sul gradino accanto a lei.
— E sei venuta a dirmi che cosa?
— Non lo so. Forse che avevo sbagliato a dirti che il «contratto non basta». Avevo paura di dare un nome a ciò che sentivo, perché le cose che hanno un nome comportano conseguenze.
— E adesso gli dai un nome?
— No. Voglio prima conoscerlo a volto scoperto, come hai detto tu.
Sorrise.
— È una frase mia.
— Lo so. L’ho presa in prestito.
Guardò le mani di lei, poi la strada illuminata da un solo lampione.
— Katrin, non potrò tornare a ciò che era. Né alla camera 307 né a qualcosa che le somigli.
— Non lo voglio.
— E voglio del tempo.
— Io adesso ho tutto il tempo.
— E potremmo non arrivare a niente.
— Lo so. Non sempre sappiamo.
— E non ne abbiamo l’obbligo.
Lo guardò stupita, poi rise.
— Sai? Questa frase mi è diventata molto familiare.
— Perché è vera.
Rimasero seduti sulle scale in silenzio, ascoltando un treno lontano, un campanello di bicicletta, una porta che si chiudeva al piano di sopra. Non era l’incontro di due amanti. Era l’incontro di due persone che avevano deciso di provare, questa volta, a camminare senza mappe.

Capitolo diciottesimo: La tavola

A settembre Hanan diede una cena a casa sua.
Non era abituata a invitare nessuno, né dall’albergo né dal quartiere. Ma disse a Samir:
— Voglio che tutti si siedano a una stessa tavola, anche solo una volta. Voglio vederli.
Lui non chiese «e chi sono tutti?». Disse: «Compro io quello che ti serve».
Vennero tutti quelli che poterono. Venne Rasha dall’università, con i capelli sciolti e un sorriso che nessuno le conosceva. Venne Laila con Jonas, che portava una scatola di dolci e restava sulla porta aspettando un segnale. Vennero Gertrud e Walter, mano nella mano, e Samir fece un passo indietro, poi disse con imbarazzo: «Accomodatevi». Venne Umm Firas con un vassoio di biscotti e con Salma. Vennero Karim e Katrin, arrivati nella stessa macchina, e nessuno ne parlò.
La tavola era stretta per tutta quella gente: misero le sedie ai lati e spinsero i piatti al centro. Si cominciò a mangiare in un silenzio impacciato. Poi Walter, tagliando con cura un pezzo di pollo, disse:
— Nel mio paese si dice: lo straniero diventa parente dopo tre pasti.
— E nel nostro, disse Samir, dopo uno. Ma resta straniero nel cuore dei vicini.
Risero tutti.
Poco dopo squillò il telefono di Hanan. Era sua madre, in videochiamata da laggiù. Lo alzò verso la tavola, e comparve il volto di una vecchia con un velo bianco che guardava stupita quei volti sconosciuti.
— Chi sono, Hanan?
— Amici, mamma. E parenti. E vicini.
— E quella bionda?
— Gertrud. La mia vicina.
— E dove vive?
— Qui.
— E mangia con voi?
— Sì.
La madre tacque un momento, poi disse con voce esitante:
— Dille… che è benvenuta.
Hanan tradusse la frase in tedesco, e Gertrud sorrise e disse in un arabo buffo, imparato in fretta: «Grazie, zia». La madre rise e scosse la testa, come a dire: che mondo è questo?
Poi vide Rasha sullo sfondo.
— Rasha!
— Sì, mamma.
— Stai bene?
— Benissimo.
— E Majed ti saluta.
Era il massimo che Majed fosse riuscito a mandare attraverso la madre, e Rasha capì che non era un perdono completo ma non era una rottura. Fra il perdono completo e la rottura completa c’è un vasto spazio, dove vive la maggior parte delle famiglie che cercano di restare insieme.
Finita la cena, quando tutti si dispersero in piccoli gruppi, Hanan rimase in cucina da sola a lavare un piatto. Entrò Samir e prese un canovaccio.
— Lascia che asciughi io.
— Non serve.
— Voglio.
Stettero fianco a fianco come non facevano da anni. Dopo un po’ lui disse:
— Hanan, non te l’ho mai detto. Sono fiero di ciò che hai fatto quella notte. Di esserti messa tra me e nostra figlia.
— Avevo paura.
— Io ne avevo di più. Ma tu l’hai fatto.
Si asciugò le mani.
— E io sono fiera che tu mi abbia chiesto: «Sei stanca oggi?». Non credevo che l’avresti fatto.
— Nemmeno io.
Sorrise, e lei vide in lui il giovane di ventiquattro anni che aveva visto la prima volta. Non l’amante che non aveva mai conosciuto, ma una persona che può imparare.
Dalla stanza accanto arrivò la risata di Laila, poi la voce di Jonas che diceva qualcosa in arabo: «Grazie… zia». Non sapeva che «zia» non si dice così, ma nessuno lo corresse.
Hanan uscì sul balcone e restò nell’aria tiepida di settembre. Guardò le luci nelle finestre di fronte: famiglie, estranei, vicini, e piccole luci che dicevano che dietro ogni finestra c’è una storia che non si racconta.
Sapeva che nulla era deciso: Laila stava ancora imparando, Rasha inciampava ancora, Samir si esercitava ancora in parole nuove, Karim e Katrin non sapevano dove andassero. E che i confini, sulla sabbia o sulla carta o nel cuore, sarebbero stati tracciati di nuovo.
Ma quella sera, almeno, i confini si erano allargati un poco, quanto basta perché ci stesse seduta una tavola sola.
Libro terzo: Ciò che sta sotto la pelle
Nei due libri precedenti abbiamo guardato i confini dall’esterno: chi li traccia, chi li infrange, chi ne paga il prezzo. In questo libro scendo sotto la pelle, tra gli uomini e le donne che confondono l’amore con l’attaccamento, l’attenzione con il controllo, il desiderio con il bisogno, l’indifferenza con la pace. I personaggi qui sono tutti adulti, e la loro storia si svolge nella stessa città, nell’autunno che segue «La tavola»; qualche volto già incontrato vi passa, come i vicini si incrociano sulle scale.

Capitolo diciannovesimo: Una valigia accanto alla porta

Alle tre e mezza del mattino squillò il telefono di Hanan.
Non rispose al primo squillo. Sapeva, come sa chi ha imparato a svegliarsi con le cattive notizie, che una chiamata a quell’ora non porta niente di buono.
— Pronto?
— Umm Laila… sono Salma.
La voce era flebile e tremante, come di chi parla dall’interno di un armadio.
— Dove sei?
— In bagno. Ho chiuso la porta. Bassam dorme. Non so cosa voglio. È solo che non avevo il numero di nessun altro.
Hanan si alzò e raggiunse il salotto in punta di piedi.
— Ti ha…?
— Stanotte non ha fatto niente. Ma prima di addormentarsi ha detto una cosa, e ho capito che non si fermerà.
— Cosa ha detto?
— Che se penso di raccontarlo a qualcuno un’altra volta, saprà come farmelo rimpiangere senza lasciare segni.
Le parole uscivano lente, come se ciascuna avesse bisogno di un permesso.
— Tuo figlio è con te?
— Yamen dorme nella sua stanza.
— Salma, ascoltami. Vuoi uscire di lì?
La linea tacque un momento. Poi arrivò una voce che Hanan non le conosceva:
— Ho paura.
— Certo che hai paura. Ma non è questa la risposta.
— Sì… voglio.
— Prendi una borsa piccola: i documenti, le medicine, dei vestiti per te e per Yamen. Niente di pesante. E il telefono. Aspetta che spunti l’alba. Vengo io e andiamo insieme.
— E se si sveglia?
— Non dire niente. Sai cosa intendo.
— Lo so.
Ed è qui che bisogna fermarsi su una cosa che si dimentica spesso quando si raccontano storie come questa: uscire da una casa di violenza non avviene in un momento eroico. Avviene in un bagno chiuso, a voce bassa, in punta di piedi, con una borsa piccola. Non ha nulla del cinema, e ha dentro tutto il coraggio.
Un’ora dopo la piccola auto di Samir si fermò sotto il palazzo di Salma. Hanan era sola sul sedile anteriore, e nel bagagliaio c’era un sacchetto con dei vestiti e un vecchio giocattolo di Laila, perché un bambino di sei anni avrà bisogno di qualcosa che conosce.
Dopo qualche minuto Salma scese, un cappotto sopra la camicia da notte, una borsa sportiva in una mano e nell’altra il figlio addormentato, sul viso il trucco di ieri non ancora tolto. Nessuna delle due parlò durante il tragitto; Yamen respirava sulla spalla della madre con un ritmo regolare che rassicurava.
In un quartiere quieto a est della città, davanti a una casa senza insegna, Hanan premette un piccolo campanello. La porta si aprì su una donna sulla cinquantina, capelli corti e grigi, occhi che non dormono, che disse in tedesco con voce calda e ferma:
— Buongiorno. Sono la signora Kohl. Entrate.
Non c’era nulla dell’immagine che Salma temeva. Era una casa comune, con un odore di pane, scarpine all’ingresso e un rumore ordinato che veniva da una cucina lontana.
— Questo è un posto sicuro, disse la signora Kohl. Nessuno ne conosce l’indirizzo. Non le chiedo di spiegare adesso: le carte le scriviamo dopo. Ora soltanto: avete mangiato?
Salma domandò in arabo, e Hanan tradusse:
— Saprà dove sono?
— No. E non glielo permetteremo. Se ti cerca, sappiamo cosa fare.
Salma si sedette su una sedia di legno e crollò all’improvviso. Non pianse forte: si rannicchiò come una bambina. La signora Kohl le posò una mano sulla spalla e non disse «non piangere», ed è la prima cosa che impara chi fa questo mestiere: non impedire a nessuno le proprie lacrime.
Poco dopo, quando Yamen si fu addormentato nella stanza accanto, Salma si sedette in cucina con Hanan.
— Sai? disse con voce rauca. Io lo amavo.
— Lo so.
— E lo amo anche adesso. È la cosa più difficile. Non è che lo odio. È che lo vedo com’era la prima volta che l’ho conosciuto: rideva, cucinava per me, mi scriveva lunghe lettere. E dopo le botte piangeva e diceva di non sapere cosa gli fosse preso e che non l’avrebbe fatto più, e io gli credevo perché volevo crederci.
— E poi?
— L’ha rifatto. E più lo rifaceva, più dolci diventavano le sue scuse. E più erano dolci, più era difficile andarsene.
Hanan guardò le sue mani screpolate.
— Ti penti di essere venuta?
— No. Ho paura di tornare.
— Perché?
— Perché mi conosco. Verrà il giorno in cui telefonerà dicendo che è in ospedale, o che si farà del male. E io andrò.
— Questo lo racconterai alla signora Kohl e alla consulente. E non è una colpa tornare cento volte nella tua testa. L’importante è non tornare con il corpo prima di essere forte.
— E se non lo sarò mai?
— Allora saremo qui.
Dopo un silenzio Salma disse:
— Perché lo fai? Non sei una mia parente.
— Perché in una notte come questa ho creduto che tutto ciò che sentivo fosse una vergogna. E non era una vergogna. Era un segreto. E i segreti hanno bisogno di qualcuno.
Poi si alzò.
— Torno domani dopo il lavoro.
— E se qualcuno mi chiede?
— Non dire niente. Io non sono nessuno.
Fu la frase più vera che Hanan avesse detto in vita sua: che essere nessuno, a volte, è la cosa più forte che una persona possa dare a un’altra.
Tre settimane dopo, in quel posto estraneo che aveva restituito a Salma una parola che non pronunciava da anni, la parola «io», lei sedette una sera sul bordo di un letto pulito fino a far male: lenzuola bianche senza odore, una coperta grigia, una piccola lampada sul comodino. Nella stanza accanto dormiva Yamen, in una terza una donna piangeva piano ogni notte alla stessa ora. In mano aveva un telefono acceso, e sullo schermo il nome «Bassam», tre messaggi non aperti, e prima altri quarantadue.
Dentro di sé c’erano due donne che ormai conosceva bene. La prima era la Salma che lo ama e ricorda i primi giorni: un uomo in piedi in cucina che taglia il pane e le parla della risata di sua madre, i biglietti infilati nella borsa, le domeniche in giardino. La seconda era la Salma che vede, e ricorda la prima notte in cui non tornò a casa, la sera in cui si ruppe un piatto, la sera in cui dietro di lei fu chiusa la porta e le dissero: «Nessuno ti crederà».
E si chiedeva: mi amava? E com’è difficile la risposta, perché è «sì». Sì, ma la amava come si ama una cosa che si teme di perdere, e questo non è amore, è paura. Piangeva, ma perché temeva la solitudine, non per lei. E cosa potevano contenere i messaggi? Ciò che avevano sempre contenuto: «Perdonami», o «Non mi è rimasto nessuno». E se questa volta fosse sincero? Forse era sincero ogni volta, ed è questa la trappola.
Chiuse gli occhi. È debole? No. E allora perché oscilla? Perché il suo corpo ha imparato a rispondere: quando arriva la scusa sente sollievo, e il sollievo lo scambia per amore. È ciò che la consulente chiama attaccamento: abituarsi a un dolore dopo il quale si aspetta una dolcezza. E lo disse guardandola negli occhi, e Salma le credette.
Dalla stanza accanto le arrivò il respiro leggero del figlio. Non temeva per lui quanto temeva lui: che crescesse somigliando al padre, e che crescendo la vedesse debole. Come vuole che la veda? Forte. Dunque non apre il messaggio. E se muore? Non morirà. E se ci prova? Allora c’è chi interviene: non è lei la responsabile di salvarlo.
Era la frase che non accettava, perché l’avevano educata a credere che sia la donna a reggere l’uomo anche se cade. E si chiese: Dio non mi perdonerà se lo lascio? Pensava che Dio volesse che sopportasse. Ma sopportare il male è un atto di fede? Non lo sa. Provi a contare quante volte si è torturata con la pazienza chiamandola fede.
Posò il telefono sul comodino, poi fece ciò che non faceva da anni: si alzò verso la finestra e non rimase nell’ombra, ma si pose davanti al vetro finché non vide il proprio volto. Chi è questa? Io. E cosa vuoi? Non lo so ancora. Bene, per stanotte basta. E domani? Si sveglia, beve il tè, porta Yamen all’asilo e siede con la signora Kohl, e niente altro. Il suo confine è non aprire il messaggio. E se lo aprirà? Allora ricominceranno.
Fu la cosa più misericordiosa che avesse sentito in vita sua: che può fallire, e che questo non la annulla.
Tornò a letto, e il telefono sul comodino restò acceso, poi si spense. E lei si addormentò prima di sapere.

Capitolo ventesimo: Tre modi di avere cura

Se avessi chiesto a Dina cosa fosse l’amore, avrebbe risposto che è un sentimento che si misura dall’intensità.
Aveva trentaquattro anni, dentista siro-tedesca, nata a Damasco e cresciuta a Waldberg, con uno studio piccolo, una casa elegante, molte amiche e relazioni brevi che finivano ogni volta con la stessa frase: «Tu vuoi più di quanto posso dare». In questa frase, a saper ascoltare, c’è la storia intera di una donna: chi ripete la stessa accusa a tutti quelli che ha amato non si lamenta davvero di tutti, ma di se stessa, e non osa dirlo.
Quando incontrò Tarek a una mostra d’arte, sentì qualcosa incendiarsi tutto in una volta nel petto.
Aveva trentasei anni, ingegnere informatico di Beirut, alto, con occhi che le guardavano fin dentro come si legge un libro aperto. Al primo incontro le chiese del padre, dell’infanzia, dei sogni rimandati, e parlò poco di sé, e questo le parve profondità. Spesso il mistero negli uomini è un segno di profondità, e spesso è un velo.
Nella prima settimana le scrisse cento messaggi. Nella seconda non smise di telefonare. Nella terza le disse che non si era sentito così con nessuno dalla nascita.
— Sei la prima che mi capisce.
Era la frase con cui Dina si scioglieva, e non ricordò di averla già sentita in un’altra storia, dalla bocca di un altro uomo, nello stesso ordine.
Ma qualcosa cominciò a cambiare. Una sera lui le scrisse: «Perché non rispondi da due ore? Ero in pensiero per te». Lei era in studio con un paziente. Si scusò, lui mandò un cuore. Una settimana dopo, uscita con l’amica Nadine, trovò quattro chiamate perse, e tornando lo vide seduto davanti alla porta di casa.
— Volevo essere sicuro che stessi bene.
— Ero al caffè con Nadine. Te l’avevo detto.
— Non l’ho letto.
Parlava così: una frase morbida e un sapore aspro. E Dina ricordava, di notte, che la sua risata calda viveva vicinissima alla sua rabbia.
Al terzo mese lui le chiese di condividere la posizione del telefono «per stare tranquillo». Lei non seppe come accettare né come rifiutare. Lui diceva: «Se mi ami non avrai paura». E si ritrovò ad acconsentire, perché rifiutare le sembrava un tradimento. Così entra la prigione nella vita di certi di noi: non con la sentenza di un giudice, ma con una frase morbida che comincia con «Se mi ami».
In quei giorni la chiamava anche un vecchio collega, Lukas, quarant’anni, dentista dello studio accanto. Aveva telefonato per un fascicolo di un paziente e la conversazione era finita in cinque minuti.
— Grazie per il fascicolo. Stai bene? La voce è stanca.
— Sto bene.
— Va bene. Se hai bisogno di qualcosa, io ci sono.
E riattaccò. Era un uomo tranquillo con un cappotto grigio e i capelli che si diradavano, con l’ombrello anche nei giorni sereni, che ogni tanto le mandava articoli di odontoiatria, e lei non lo aveva mai considerato «qualcosa».
Ma una sera di ottobre, a casa, con il telefono acceso su un messaggio di Tarek («Ti vedo molto occupata ultimamente. C’è qualcosa che nascondi?»), si ritrovò a piangere senza sapere perché. E telefonò a Nadine.
— Non capisco cosa mi succede.
— Sei felice?
— Stanca. E lui mi ama.
— Ti ama? O ti controlla?
— Per lui non c’è differenza.
Nadine disse con dolcezza:
— C’è una grande differenza, Dina. E ti dico quello che ho notato da due mesi: parli di lui come si parla del brutto tempo: ti prepari. L’attenzione vera non ti fa prepararti.
— E allora cos’è?
— Non so. Forse è quello che fa uno come Lukas: chiede e crede alla tua risposta.
— Lukas è noioso.
— Forse. Ma la noia, a volte, è un altro nome della sicurezza.
Dina non dormì quella notte. E per sapere cosa avvenne nella sua testa dobbiamo salire in camera da letto dopo mezzanotte, dove ogni notte l’aspetta una bambina di otto anni.
La bambina non compare di giorno. Di giorno c’è una dentista in camice bianco, con un sorriso addestrato e domande sul mal di denti. Ma quando le luci si spengono e posa la testa sul cuscino, la bambina si siede sul bordo del letto e la guarda.
— Perché non è venuto? le chiese. Papà. Aveva detto che sarebbe venuto domenica.
— L’ultima volta è venuto.
— Sì. Ma perché non viene sempre?
— Perché certi grandi non sanno come restare. E non è colpa tua.
— E io? Io resto?
— Tu resti.
— Ma nessuno resta con me.
— Sai? disse Dina a voce più bassa. Lo penso anch’io. E per questo cerco persone che gli somigliano: vengono e spariscono. E poi li aspetto.
— E Tarek?
— Tarek non sparisce.
— Allora perché ne hai paura?
— Perché non mi lascia respirare.
— È come papà, in un altro modo.
— Sì. L’ha detto anche la dottoressa Weiss.
— E Lukas?
— Lukas non sparisce e non soffoca. Viene e dice: «Ci sono». Poi va al suo lavoro, e torna quando lo chiamiamo.
— Lo ami?
— No.
— Perché?
— Perché non sento il cuore battere.
— E deve battere?
— Così ci hanno insegnato: dai film, dalle canzoni, dalle amiche. L’amore è tremare.
— E se il tremare non fosse amore?
— E cos’è?
— Paura.
Qualcosa vacillò nel suo petto.
— Forse non conosco l’amore. Conosco la paura che si veste da amore.
È una delle scoperte più dure: che ciò che per anni abbiamo chiamato passione sia in realtà il tremito di una bambina che aspetta alla porta. E tutto ciò che le canzoni hanno scritto sull’amore misurato dal tremore è stato scritto, senza dubbio, da chi non ne conosceva altro.
— E allora cos’è l’amore?
— Non so. Forse quello che mi fa dormire.
La bambina rise di una risatina.
— Sai cosa voglio? Che qualcuno mi dica: «Non ti lascerò».
— E Tarek lo dice.
— No. Tarek dice: «Sei tutto ciò che ho». E non è «non ti lascerò». È «non lasciarmi».
— C’è differenza?
— Grande.
Dina si mise a sedere sul letto, abbracciandosi le ginocchia.
— Credevo che l’innamorato fosse chi dice: non lasciarmi. Adesso capisco che l’innamorato è chi dice: io non ti lascerò, e tu sei libera di andartene.
— È impossibile.
— Forse. Ma è l’amore che voglio. E se non esiste, non accetterò di meno.
— E se rimani sola?
— Allora sarò sola e dormirò, non sola e in attesa. È il primo confine che traccio per me: non amerò chi mi fa aspettare.
La bambina le si avvicinò e posò la testa sulla sua spalla.
— E io? Resto con te?
— Certo.
— Sempre?
— Sempre. E non ti lascerò.
Stavolta la bambina non chiedeva a un padre né a un amante. Chiedeva all’unica in grado di rispondere: la Dina adulta, che sapeva finalmente che «non ti lascerò» è una frase da dire prima di tutto a se stessi.
Spense la luce. Non decise nulla quella notte. Ma cancellò dal telefono la condivisione della posizione, per la prima volta, e poi rimase seduta ad aspettare l’esplosione.

Capitolo ventunesimo: Un caffè senza promesse

Omar lavorava nella cucina dell’albergo tre sere a settimana e studiava informatica negli altri giorni.
Ventidue anni, spalle strette, capelli ricci e occhi neri che nascondevano più di quanto dicessero. Era arrivato da Damasco quattro anni prima con uno zio, ed era rimasto quando lo zio era tornato. In Germania non aveva altro che questo nome, Omar, e questo silenzio che ogni giorno cercava di abituarsi a portare.
Non raccontava nulla a nessuno, e tutti lo credevano timido. È una delle maschere più riuscite degli intelligenti: sembrare timidi, così nessuno ti fa domande.
Una sera d’autunno, dopo aver lavato gli ultimi piatti, uscì dalla porta di servizio e trovò la collega Svenja seduta sui gradini a fumare.
— Omar, vieni con noi stasera? Beviamo qualcosa al caffè «La Pagina».
— Non so.
— Ci trovi gente che ti somiglia.
— Che mi somiglia?
— Gente che non ti chiede niente.
Sorrise, senza capire cosa volesse dire. Forse non voleva dire nulla, o voleva dire tutto. Ma andò.
Il caffè era piccolo, con libri usati alle pareti, tavoli scompagnati e una luce calda. Omar si sedette in un angolo vicino alla finestra e ordinò un caffè. Dopo qualche minuto davanti a lui si fermò una ragazza di ventitré anni, i capelli biondi arruffati, un libro in mano.
— Scusa, è occupato?
— No.
— Ti dispiace?
— No.
Si sedette.
— Sono Clara.
— Omar.
— Sei di qui?
— No. Di Damasco.
— Ci sono stata prima della guerra, con mio padre, per una breve visita. Mi era piaciuta la città vecchia.
Omar la guardò con stupore, e qualcosa gli si sciolse nelle spalle.
— Quale quartiere?
— Bab Touma. Conosci un piccolo caffè lì, all’angolo della strada, che serviva il caffè al cardamomo?
— Forse non è lo stesso, ma ne conosco uno simile.
— E nello stesso quartiere c’era una chiesetta, ci entrai e non sapevo per cosa pregare, e accesi una candela e uscii.
— E poi l’hai saputo?
— No. Sono cresciuta in una chiesa protestante e sono diventata grande con le domande. E tu?
— Sono cresciuto in una moschea, e sono diventato grande con le domande anche io.
Nel discorso non c’era niente: un paese, dei libri, un caffè, delle domande. Ma ciascuno dei due sentiva che le piccole parole portavano più di quanto dicessero, ed è la cosa più vera che gli innamorati sanno della lingua: che le cose più importanti si dicono tra una frase e l’altra.
Dopo un’ora, quando Svenja si preparava a uscire, sussurrò a Omar:
— Tu resti?
— Credo di sì.
A mezzanotte, quando il cameriere chiuse il locale, Omar e Clara camminarono sul marciapiede bagnato senza parlare. All’angolo della strada Clara disse:
— Posso chiederti una cosa?
— Dimmi.
— Di rivederti.
Omar non rispose. La risposta la conosceva nel cuore prima che nella mente. Ma sapeva anche che i suoi genitori a Damasco aspettavano, alla fine della telefonata settimanale, una sola domanda: «Quando ti sposi?». E che una frase come «Mi sono innamorato di una ragazza che non è della nostra gente né della nostra religione» provoca in casa loro un terremoto da cui nessuno esce illeso.
— Non so come si fa.
— Neanch’io. Ma nessuno ci chiede di saperlo.
— E se non posso prometterti niente?
— Non chiedo una promessa. Chiedo un caffè.
Omar sorrise di un sorriso tremante, diverso da tutti i suoi sorrisi.
— Va bene.
Due settimane dopo sedevano su una panchina di legno sul fiume. Omar le aveva raccontato molte cose: del padre che lavora in un ente statale, della madre a cui piace sentire la sua voce il venerdì, della sorella minore che l’ultima volta gli aveva chiesto: «Perché non ci parli mai di un’amica?».
— E tu cosa hai risposto?
— Che ero occupato.
— Lo sei?
— No.
Clara tese lentamente la mano verso quella di Omar, chiusa intorno al ginocchio. Non la prese. La lasciò vicina, come si lascia una porta socchiusa. Omar guardò a lungo quella mano, poi vi posò sopra la sua.
Non ci fu bacio né parole. Solo due mani su una panchina, l’acqua che passava, e il cuore di un ragazzo che non aveva mai saputo che un semplice tocco può rendere il mondo intero meno estraneo. E in quel momento pensò che il confine tracciato per lui dalla famiglia, dalla società e dalla religione non era un confine fra lui e il mondo, ma fra lui e se stesso, e che la cosa più difficile non è sentirsi dire «no» dagli altri, ma dirselo ogni mattina.
Poco dopo gli squillò il telefono. Era sua madre.
— Rispondi, disse Clara con calma. Non rimandare per me.
— Non le dirò niente.
— Nessuno te lo chiede.
— Pronto, mamma?
— Come stai, Omar? Hai mangiato?
— Ho mangiato.
— Non mentirmi.
— Ho mangiato, mamma. Giuro.
Nel suo tono, di cui conosceva ogni tremito, sentì che lei sapeva che nascondeva qualcosa. E non chiese. Era il massimo d’amore che una madre potesse offrire: sapere e non chiedere.
Quella notte Omar si fermò davanti allo specchio del bagno.
Un giovane di ventidue anni, spalle strette e occhi neri, che guardava a lungo il proprio volto come si guarda la mappa di un paese di cui non si conosce il nome.
— Chi sei? chiese.
— Omar.
— È un nome.
— Sono il figlio di mio padre, il figlio di mia madre e il fratello di mia sorella.
— E poi?
— Musulmano.
— E poi?
— Mi piace scrivere codice. Mi piace il caffè. Mi piace Clara.
L’ultima frase gli usciva dalla bocca a fatica, come un sasso.
— È un tradimento?
— Mi hanno detto di sì.
— E tu che dici?
— Non lo so. So solo che quando sono con lei non sento niente che somigli al peccato. Sento che vivo.
— È una prova?
— No. Ma è qualcosa.
Chiuse l’acqua e restò in silenzio. Era il suo piccolo tribunale: tre giudici dietro la porta. Il primo, suo padre, con voce secca: «Di ragazze della nostra gente ce ne sono tante, non ti affaticare con una straniera». Il secondo, uno sheikh della sua infanzia: «La casa in cui la gente non si riunisce intorno a una sola fede si incrina». Il terzo era lui stesso: «Magari avessi amato una che mi somigliasse».
— Perché lei?
— Forse non c’è una risposta.
— Ho scelto io?
— No. Nessuno sceglie questo.
— E allora perché vengo punito?
— Non lo so.
— E Dio si adira con un cuore che ha amato?
Tacque. Era la domanda che non osava porre nemmeno a se stesso. E si accorse di piangere solo quando vide la lacrima sullo specchio.
Qui mi fermo, come autore di queste pagine, per dire ciò che non voglio che altri dicano prima di me: la cosa più dura di questo tribunale non è che i giudici siano ingiusti, ma che lo hanno amato. Suo padre lo ama, lo sheikh lo amava, lui ama se stesso: ed è proprio da qui che viene il dolore, perché non lo puniscono come nemici, ma come chi vuole proteggerlo da una cosa in cui lui non vede che la propria vita.
— Mia madre diceva: «Dio è misericordioso».
— E ci credi?
— Vorrei.
— Allora credile.
— Ma la misericordia non apre tutte le porte.
— Forse ne apre di quelle che gli uomini non conoscono.
Appoggiò la fronte allo specchio.
— Non voglio lasciare la mia fede. Non voglio lasciare Clara. Non voglio mentire a mia madre. E non voglio dirglielo.
— Si può fare tutto questo?
— No.
— E cosa sceglierai?
— Forse non sceglierò. Forse vivrò tra le cose come i pesci tra acqua e aria.
Prese un asciugamano, si asciugò il viso e si sedette sul bordo del lavandino.
— Sai di cosa ho più paura? Non temo che la gente lo sappia. Temo di scoprire un giorno che do loro ragione. Di guardarmi e dire: «Hanno ragione loro. Lo sbaglio sono io».
— E lo sei?
— No. Perché quando amo Clara non faccio male a nessuno. E quando mi costringono a negarlo faccio male a me stesso.
— Questo è il confine.
— Quale?
— Che ti proteggi dal dolore, non dal «tradimento».
— Ma il tradimento…
— Chi ha detto che c’è?
Tacque. Sapeva che non l’avrebbe risolto quella sera, ma aveva capito una cosa preziosa: che le grandi domande non hanno bisogno di una risposta perché possiamo vivere, ma soltanto che continuiamo a porle senza odio.
Il telefono suonò nella stanza. «Clara: Stai bene?». Scrisse: «Non so. Ma ci provo». E dopo pochi secondi arrivò la risposta: «Basta così».
Guardò le due parole, poi lo specchio.
— Va bene, disse a voce bassa. Io sono qui.
Era la prima vera confessione: non al padre né al mondo, ma al volto che lo guardava dallo specchio.

Capitolo ventiduesimo: La sala di formazione

Svenja era entrata in albergo come tirocinante quattro mesi prima.
Ventun anni, bassa, occhi azzurri e una risata pronta. Aveva scelto l’ospitalità perché amava la gente, e perché sua madre era stata cameriera e lei voleva vedere com’era il lato opposto delle suite e degli ascensori. Piaceva a tutti, e nelle prime settimane non sapeva di essere circondata da una rete invisibile.
Il vicedirettore era il signor Hoffmann.
Quarantasei anni, abito sempre stirato e un profumo pesante, percorreva i corridoi come se l’edificio fosse suo. Conosceva il nome di tutti, li salutava, rideva alle loro battute, ed era amato in apparenza; di nascosto, le donne si passavano su di lui sussurri che nessuno diceva ad alta voce. Le istituzioni, come le case, hanno una legge strana: la persona più pericolosa è la più benvoluta, perché di chi tutti amano nessuno crede che faccia del male.
Cominciò con un commento sui capelli. Poi una mano posata sulla spalla «per incoraggiarla». Poi un invito a «rivedere i rapporti» nella sala di formazione, a fine turno.
— È per il tuo futuro, Svenja. Hai talento, e ti seguirò io personalmente.
Non seppe dire «no». Era lui a firmare la sua valutazione, lui a decidere dell’assunzione dopo il tirocinio. Nella quinta settimana, in una stanza piccola senza finestra, si sedette più vicino del necessario, le prese la mano per mostrarle qualcosa sul foglio, e la mano restò sopra la sua due secondi, poi tre.
— Ti agiti senza motivo.
— Io non…
— Non avere paura. Non ti faccio del male.
Parole che avrebbero potuto essere una rassicurazione, e non lo erano. Quella notte pianse sul taxi e non lo raccontò a nessuno.
Poi si fermò sotto l’acqua calda del suo piccolo bagno, aprì il getto al massimo, e in quella notte l’acqua aveva un’altra voce, non la sua: la voce di lei, alta, ripetuta.
— Perché non ho detto no?
— L’hai detto.
— No. Non l’ho detto.
— L’hai detto col tuo silenzio.
— E il silenzio si sente?
— Non sempre.
Si strofinò il braccio con forza, come per cancellare qualcosa.
— Mi ha solo messo la mano sulla mia.
— Tutto qui?
— Sì. E allora perché sento che è successo qualcosa di enorme?
— Perché è successo. E non serve di più perché succeda.
— Esagero?
— No. Il tuo corpo sa prima della tua mente.
L’acqua continuava a scorrere.
— È stata colpa mia? Aver sorriso? Essermi seduta con lui? Aver accettato di «rivedere i rapporti»?
— No. Lui non cercava il tuo consenso. Cercava il tuo silenzio.
Le spalle le sussultarono. E le tornò in mente ciò che non voleva ricordare: la voce della madre, anni prima: «Sii gentile con tutti, Svenja. La gentilezza ti protegge». Quante azioni si sono compiute in nome della gentilezza!
— Mia madre mi ha insegnato a sorridere.
— E cosa ti ha insegnato sul dire di no?
— Niente.
— Ed è questa la ferita.
Chiuse l’acqua e restò nel vapore, ansimando.
— Sono arrabbiata?
— Sì. Con lui. E anche con te, perché non ti sei difesa.
— Non ci sono riuscita.
— Lo so. Ma la rabbia non conosce giustizia.
Si avvolse nell’asciugamano e si sedette sul coperchio del water.
— E se parlo? Forse nessuno mi crederà.
— Forse alcuni no. E altri sì.
— E io? Cosa voglio?
— Che non faccia male a nessun’altra.
— Buona risposta.
— Ma è spaventata.
— E la paura non annulla il coraggio.
Poi si disse: domani lo dirò a Katrin. E se si imbarazza, lo dirò alla rappresentante dei lavoratori. E se non mi crederanno, saprò almeno di aver provato. Con un dito disegnò un cerchio sul vetro appannato: ecco il mio confine, non tacere più. E se tacerò? Allora ricomincerò.
Indossò il pigiama, e quando si guardò nello specchio il vapore cominciava a diradarsi e le apparve il volto. Non sorrise, ma non sentiva di doverlo fare.
Eppure le promesse fatte di notte, lo sappiamo, al mattino non trovano chi le somigli. Quando venne il giorno, la vergogna pesava più della promessa, e Svenja evitò Katrin come evita ogni corridoio.
Hanan stava pulendo la sala di formazione il mattino dopo quando notò sul tavolo due tazze, e sulla sedia la sciarpa azzurra di Svenja, dimenticata. In sé non era nulla. Ma notò un’altra cosa: la sciarpa era buttata a terra, come se la proprietaria l’avesse lasciata cadere alzandosi in fretta. E nel corridoio vide Svenja evitare il suo sguardo.
La vecchia regola di Hanan era: non vedere, non giudicare, non ricordare. Ma non era più quella donna.
Alla pausa pranzo si sedette accanto a Svenja nella cucina di servizio e le porse una tazza di tè.
— Stai bene?
— Sì.
— Io vedo che non stai bene.
— Niente.
— Svenja, è successo qualcosa nella sala di formazione?
La ragazza alzò gli occhi e poi li abbassò.
— Non posso.
— Non ti chiedo di raccontare adesso. Ti chiedo solo di sapere che ho sentito, anche se non lo dici. E che non sono la sola.
— Che vuol dire?
— Che ci sono state altre prima di te, e non hanno parlato.
La frase fu una piccola freccia, e colpì. Svenja la guardò, gli occhi lucidi.
— Ho visto cose e non ho detto niente, disse Hanan. E questa è colpa mia.
— Nessuno mi crederà. È il vicedirettore.
— Forse non ti crederanno tutti. Ma c’è chi ti crederà, ci sono le leggi, c’è la rappresentante dei lavoratori.
— L’azienda lo protegge.
— L’azienda protegge se stessa. E se vede che proteggerlo costa troppo, lo abbandonerà.
Svenja tacque.
— E tu? Perché mi aiuti?
— Perché ho passato vent’anni a pulire luoghi dove la gente fa cose che non dice, e mi sono detta che il mio dovere era non vedere. E mi chiedo adesso se il mio vero dovere non fosse l’opposto.
Allungò la mano e strinse quella di Svenja.
— Non farò niente senza il tuo permesso. Ma non sarai sola.
La sera Hanan andò da Katrin nel suo ufficio. Lavorava ancora, i capelli raccolti e gli occhi stanchi.
— Hanan? Ti serve qualcosa?
— Sì. Che mi ascolti, non da direttrice, ma da donna.
Dieci minuti dopo Katrin aveva chiuso il fascicolo che aveva davanti, e disse con una voce strana:
— Sospettavo. Ma il sospetto non è una prova.
— Non ti serve una prova. Ti serve dirle che è protetta.
— Lo farò. E aprirò un’indagine interna.
— E se lui dice di non aver fatto niente?
— Troverà chi dice il contrario.
Katrin rimase un momento in silenzio, poi disse con sincerità:
— Credevo di sapere cosa fosse la libertà: fare ciò che si vuole senza dover rendere conto. Ma oggi capisco che non significa nulla quando qualcuno trasforma il suo desiderio in potere. La libertà vera è poter dire «no» ed essere ascoltata.
Era un confine che nessuno aveva tracciato nei regolamenti dell’albergo, ma ogni persona che ci lavorava sapeva dove passasse.

Capitolo ventitreesimo: La mediazione dei parenti

Una settimana dopo la fuga di Salma, bussarono alla porta di casa di Hanan.
Samir stava guardando il telegiornale, si alzò e aprì. Sulla soglia c’erano due uomini sulla cinquantina: uno era Abu Jamal, vicino del quartiere, l’altro uno sheikh basso con la barba bianca e un piccolo turbante, che Samir conosceva dalla moschea.
— La pace sia con te, Abu Laila.
— E con voi. Accomodatevi.
Si sedettero in salotto, e Hanan servì il tè in silenzio. Notò che lo sheikh evitava di guardarla, e questo da solo diceva tutto. Su questo genere di visite si regge metà del sistema sociale delle nostre società: due uomini sulla cinquantina seduti in un salotto che non è loro, a parlare a nome di una terza casa che non li ha invitati, e a chiamarlo «riconciliazione».
Abu Jamal disse con tono da pacificatore:
— Abu Laila, tu sei un uomo saggio. Sappiamo che la moglie di Bassam ha lasciato casa, e che è stata Umm Laila a portarla via.
— Io non so niente.
— Ma lo sai. E lo sa tutto il quartiere. La questione adesso è che Bassam è un brav’uomo, ha sbagliato ed è pentito, e noi vogliamo ricomporre le cose prima che diventino uno scandalo.
Si noti la parola: «scandalo». Lo scandalo non è ciò che è accaduto dietro la porta chiusa, ma che qualcuno lo sappia. Ed è la definizione con cui vivono migliaia di case: il crimine è che si veda il sangue, non che scorra.
Lo sheikh disse con voce calma:
— Le case sono un deposito affidato. La riconciliazione è un bene. E chi causa la distruzione di una casa ne porterà il peso.
Samir guardò Hanan, e sul viso di lei non si leggeva nulla.
— E cosa si chiede a me?
— Di convincere tua moglie a dirci dov’è Salma, perché la riportiamo a casa sua. Non le farà del male. Garantiamo noi.
— Garantite?
— Sì.
Samir tacque un momento. Nel petto aveva un vecchio conflitto fra l’uomo cresciuto in campagna con l’idea che la pace tra i coniugi sia una delle opere più grandi, e quello che mesi prima aveva visto sua figlia tremare di una paura che lui aveva frainteso.
— E se dice che non vuole tornare?
— Non ha scelta. È una moglie e una madre.
— E se dice che l’ha picchiata?
Lo sheikh disse con freddo distacco:
— Forse ha esagerato. E la donna ha bisogno, a volte, di una correzione misurata.
Era l’ultima parola che poteva sopportare. Può sembrare strano che accada dopo tutti questi anni di silenzio, ma chi conosce la gente sa che la pazienza non si esaurisce per accumulo: finisce con una sola frase, in un momento che nessuno si aspettava, e apre di colpo la porta dietro cui stavano da vent’anni.
— Sheikh, disse Samir con una calma improvvisa, io non sono un dotto. Ma quest’anno ho imparato una cosa sola: che una casa in cui nessuno chiede a un altro «sei stanco?» non è una casa. E che le botte non si chiamano correzione tra adulti. E che se fossi al posto di Salma me ne sarei andato alla prima volta.
Abu Jamal si turbò.
— Abu Laila, sei influenzato dai tedeschi.
— No. Sono influenzato da mia figlia.
Si alzò.
— Quanto a Umm Laila, non le chiederò niente. Se vuole dirvi dov’è Salma, è affar suo, e se non vuole, è un suo diritto.
Hanan lo guardò con gli occhi spalancati.
— Ne parleremo alla moschea, disse lo sheikh con freddezza.
— Parlatene.
E se ne andarono in silenzio.
Quando Samir chiuse la porta e tornò, Hanan era in piedi in mezzo al salotto.
— Non me l’aspettavo.
— Nemmeno io.
— Perché l’hai detto?
Si sedette sul divano e respirò.
— Perché mi sono ricordato di Laila, e di come ti sei messa tra me e lei. Se avessi ignorato il suo pianto sarei stato al posto di Bassam. In misura diversa.
— Tu non sei Bassam.
— No. Ma camminavo sulla stessa strada con passi più lenti.
Si sedette accanto a lui.
— Samir…
— Taci. Voglio dire una cosa che non ho mai detto.
Tacque.
— Mi dispiace. Per ogni volta che ti ho detto: «Non sono affari tuoi». E per ogni volta che ho ignorato che volevi qualcosa.
Non disse nulla. Gli prese soltanto la mano.
Il giorno dopo le squillò il telefono: Bassam. Non rispose. Poi arrivò un messaggio: «Hanan, voglio solo vedere mio figlio. Ti prego. Sono in una condizione che non sopporto».
Capì che proprio questa frase era la chiave che lui usava: sincera in apparenza, mortale nella funzione. La inoltrò alla signora Kohl e scrisse: «Che faccio?». La risposta arrivò: «Niente. È il nostro lavoro».

Capitolo ventiquattresimo: Sotto la pelle

Dina sedeva nello studio della dottoressa Weiss sentendosi più fragile che mai.
Aveva preso l’appuntamento dopo tre notti insonni, e in tasca aveva un foglio con tre domande scritte. Nel momento in cui si sedette, le dimenticò.
La dottoressa Weiss era una psicoterapeuta di cinquantacinque anni, elegante senza pesantezza, con una voce simile a una tenda bianca mossa dall’aria.
— Cosa la porta qui?
— Cerco di capire perché amo in questo modo.
— In quale modo?
— Quello che brucia.
— E le piace bruciare?
— No. Ma ho paura di tutto ciò che è più freddo.
— Mi parli di suo padre.
La domanda era prevedibile, e pure Dina sentì qualcosa muoversi nel petto.
— Se ne andò quando avevo otto anni. Non è morto. Se n’è solo andato. Veniva a volte alle feste, con regali non adatti alla mia età, e poi spariva.
— E cosa faceva lei quando spariva?
— Aspettavo.
— E quando arrivava?
— Cercavo di essere molto brava perché restasse.
— È rimasto?
— No.
La dottoressa tacque e lasciò lavorare la frase.
— Vede qualcosa in comune tra suo padre e Tarek?
— Tarek resta. Telefona, c’è, chiede.
— Ma?
— Ma in modo soffocante.
— E suo padre?
— In modo assente.
— E in entrambi i casi, lei?
— In entrambi i casi io cerco di meritare.
Questa volta il silenzio fu più lungo.
— Sa cosa noto? disse la dottoressa dopo un po’. Che ciò che lei chiama «amore che brucia» è spesso uno schema che conosciamo: quando si cresce in una casa dove non si sa quando arriverà l’attenzione, il corpo si programma a considerare amore l’ansia, passione l’apprensione, fedeltà l’attesa. E se arriva qualcuno che dà con regolarità e senza ambiguità, sente che c’è un difetto.
— Lukas…
— Chi è?
— Un collega. Mi manda articoli di odontoiatria, dice «ci sono» e poi sparisce, e non mi insegue.
— E cosa prova per lui?
— Niente.
— Davvero?
Dina sospirò.
— Mi sento al sicuro. E non mi smuove niente. È strano?
— No. È molto comune. E la domanda non è se ci sia una scintilla. La domanda è se lei sappia vivere con la sicurezza senza cercare un incendio da cui farsi salvare.
Dina restò zitta.
— Cosa la spaventa di più: amare chi le fa male o amare chi non gliene fa?
Era la domanda a cui non voleva rispondere.
La sera Tarek le scrisse: «Non vedi i miei messaggi. Hai cominciato a cambiare?». Lei li lesse e, per la prima volta, non chiese scusa. Rispose: «Ho bisogno di tempo. Ti parlo quando sarò pronta».
Comparve l’indicatore di scrittura e sparì. Poi ricomparve e restò per lunghi minuti. Arrivò la risposta: «Non farmi questo. Sei tutto ciò che ho».
Dina si fermò davanti alla frase. Era bella, ed era anche una catena. E per la prima volta capì che certe frasi belle vengono scritte per chiudere le porte.
Spense il telefono. Il giorno dopo, entrando in studio, trovò sulla scrivania un biglietto di Lukas: «Se questa settimana hai bisogno di un paziente difficile, posso occuparmene io. Nessuna risposta richiesta».
Sorrise. Era la prima volta in vita sua che le veniva data la possibilità di non rispondere.

Capitolo venticinquesimo: La telefonata che non arriva

Passò un mese.
Omar vedeva Clara ogni settimana. Parlavano di libri, di film, di piccoli sogni, e in una notte fredda sul lungofiume la baciò, un bacio breve e tremante, e dopo nessuno dei due parlò. Non c’era nulla di scandaloso. Ma Omar sentì che il soffitto del suo mondo si era alzato di pochi centimetri, e prese a respirare.
La sera dopo squillò il telefono.
— Pronto, Omar.
Era la voce di suo padre. Di solito il padre telefonava una volta al mese, e per qualcosa di urgente.
— Papà? La mamma sta bene?
— Sta bene. Volevo parlare con te.
— Dimmi.
— Oggi è venuto da me un conoscente. Ha detto che un suo amico ti ha visto per strada con una ragazza.
Omar tacque.
— Forse un’amica.
— E gli amici stanno così?
— Non so cosa intenda.
— Non intendo niente. Ti sto soltanto chiedendo.
— Studio, papà, e lavoro. Non ho tempo per altro.
— Bene. L’importante è che ricordi la tua religione e la tua origine. Su queste cose non si scherza. E tua madre è in pena, non dirle niente.
— Non glielo dirò.
— Ti saluto.
Il telefono si spense. Omar rimase seduto sul bordo del letto, con gli occhi al muro.
Suo padre non aveva pronunciato una sola parola di condanna né usato termini duri. Aveva chiesto soltanto: «E gli amici stanno così?». Questa frase bastava ad aprirgli una voragine nel petto. Ed è questa, a pensarci, la genialità della repressione paterna nei nostri paesi: non ha bisogno di una frusta, le basta una piccola domanda di cui chi la fa e chi la riceve conoscono la risposta.
Dopo un’ora chiamò Clara.
— Mio padre sa.
— Cosa ha detto?
— Niente. Ed è peggio.
— Vuoi venire?
Omar andò al piccolo appartamento di Clara. Aveva preparato una zuppa, e sedettero per terra davanti a una stufetta elettrica.
— Posso raccontarti una cosa? disse Clara. Quando mia sorella disse a nostro padre di amare un ragazzo musulmano di origine turca, lui non le rivolse la parola per un anno intero.
— E tua sorella cosa fece?
— Aspettò. Poi un giorno lui andò a casa sua con in mano una gabbia con un uccellino. Disse: «Tua madre mi ha dato questo da darti. Non so come si parli di queste cose. Ma so che sei mia figlia». E cominciò a venire ogni domenica, e a chiederle del lavoro. Ancora oggi evita di parlare di religione. Ma viene.
Omar guardò il fuoco.
— Mio padre non verrà.
— Forse no. E forse con gli anni cambierà qualcosa. Ma io so che il silenzio non è sempre un rifiuto.
— E se lo è?
— Allora starai male. E vivrai.
Gli sfiorò la mano.
— Non ti dirò che è facile. Ma non sei costretto a scegliere tra amare ed essere un figlio. Forse sarai tutte e due le cose in un modo nuovo.
— E se le due cose non stanno insieme?
— Allora ne inventiamo una terza forma.
La sera di venerdì, quando sua madre telefonò come sempre, non rispose subito. Fece un lungo respiro e poi premette.
— Pronto, mamma.
— Figlio mio, perché sei stanco?
— Non sono stanco.
— Non mentire. Tua madre lo sa.
— Che cosa sai?
— So che hai nel petto qualcosa che non dici. E non voglio saperlo se mi farà soffrire. Ma voglio che tu sappia che sono tua madre. Tutto qui.
Omar tacque. Voleva dirle tutto, e non ci riuscì.
— Sto bene, mamma. Ti prometto che sto bene. E ti prometto che un giorno te lo dirò.
— E io aspetterò.
— Ti voglio bene.
— E io di più.
Premette il tasto e gettò il telefono da parte e scoppiò a piangere, in silenzio. Clara era ancora lì accanto a lui, e non disse niente. Gli posò una mano sulla spalla e rimase. E fu la cosa migliore che un essere umano possa fare per un altro: restare senza dire niente.

Capitolo ventiseiesimo: Tra le onde

A dicembre l’albergo organizzò la festa di fine anno.
Erano passati due mesi dalla denuncia presentata da Svenja. C’era stata un’indagine interna, tre altre dipendenti erano state ascoltate, e nell’ultima seduta il rappresentante dei lavoratori aveva detto con voce calma che le prove bastavano. Il signor Hoffmann era stato licenziato e un’autorità giudiziaria informata. Nessuno festeggiò. Ma nei corridoi dell’albergo era sceso un silenzio diverso: non più il silenzio della paura, ma quello di chi ha ripreso fiato.
Svenja arrivò alla festa con un abito semplice e sedette in un angolo con Omar. Due settimane prima lui le aveva detto ciò che non aveva detto a nessuno:
— Svenja, io amo una ragazza. Si chiama Clara.
— Lo so.
— Come?
— Perché sorridi quando leggi il telefono, e ti cambia il viso quando suona una chiamata. E penso che il confine di cui hai paura non sia tra te e Clara, né tra te e il mondo. Sia tra te e te. Ed è più difficile.
Dina venne alla festa con Lukas. Non era un appuntamento nel senso che la gente immagina. Lui le aveva soltanto chiesto se le andasse di accompagnarlo alla festa di un collega, e lei aveva risposto: «Perché no?». All’ingresso notò una donna magra in un abito semplice e un bambino piccolo vestito a festa: Salma. Era venuta con Hanan perché Yamen vedesse le luci.
Dina era la dentista di Yamen da un mese. L’aveva visto in studio, e nella sua bocca c’era un segno che non le era piaciuto vedere, e nella madre una cautela che non le era sfuggita. Allora non aveva detto niente, ma le aveva dato il suo biglietto e dietro aveva scritto: «Se ha bisogno di qualcuno, questo è il mio numero privato». E ora si avvicinò.
— Ciao Salma. Come sta il piccolo?
— Bene, grazie a lei.
— Io non ho fatto niente.
— Ha fatto. Perché non mi ha chiesto ciò a cui non volevo rispondere.
In quel momento un uomo in cappotto scuro entrò dalla porta, cercando con gli occhi. Salma lo vide e si gelò.
Era Bassam.
Non somigliava all’immagine che si portava in testa: sembrava più giovane e più pallido, e negli occhi aveva qualcosa che somigliava a una debolezza vera. Si avvicinò con passi incerti.
— Salma.
— Che ci fai qui?
— Voglio solo vederti e vedere Yamen.
— Non è permesso.
— Non ho fatto niente.
— No. Ma ti è vietato avvicinarti. Lo ha detto il giudice.
— Ti prego. Un minuto.
Prima che rispondesse, Samir le si era messo accanto, e dietro di lui Karim, venuto con Katrin, e dietro Hanan. Nessuno disse una parola. Non ci furono grida né gesti. Stettero in piedi, una fila senza accordo. Ed è, se lo chiedessimo agli storici, la forma della vera solidarietà: non un discorso né un manifesto, ma corpi che stanno al loro posto quando serve.
Salma si volse a Bassam e disse con una calma che non conosceva in sé:
— Una volta mi hai detto che non posso vivere senza di te.
— Ed è vero.
— No. È quello che volevi farmi credere. E ora vivo. Non bene né facilmente. Ma vivo.
Gli occhi di lui si riempirono di lacrime.
— Ti amo.
— Lo so. Ma l’amore non ti dà il diritto di farmi del male.
Due uomini della sicurezza si avvicinarono e lo accompagnarono con calma all’uscita. Non oppose resistenza. Piangeva senza voce.
Salma rimase ferma, stringendo la mano del figlio.
— Mamma, quello è papà?
— Sì, tesoro.
— Perché piange?
— Perché è triste.
— È malato?
— Forse. Ma noi non possiamo guarirlo.
Yamen la guardò con gli occhi grandi e disse:
— Andiamo a vedere le luci?
Salma rise tra le lacrime.
— Sì.
E la festa tornò alla sua vita, e di ciò che era accaduto si accorsero in pochi. Nell’angolo Hanan era sola, e quando Samir le si avvicinò sussurrò:
— Sai a cosa penso? Che viviamo tra le onde. Ogni onda porta qualcosa e ne porta via qualcosa. E non possiamo fermarla. Ma possiamo stare insieme.
— Stai diventando poeta.
— No. Sto solo imparando a dire quello che sento.
Dopo mezzanotte, quando gli ospiti si furono dispersi, Dina uscì con Lukas sul marciapiede. L’aria era fredda e pulita.
— Stai bene?
— Bene.
— Ho notato che stasera non hai guardato il telefono.
— Tarek mi scrive. Ma non ho risposto.
— È difficile?
— Sì. Perché non so cosa farò quando non scriverà più.
— Allora impareremo.
Sorrise.
— Intendi «noi»?
— Intendo «tu». Ma io ci sono.
Nelle sue parole non c’era promessa, né scintilla, né sorpresa. Erano le parole di un uomo che sa che l’attenzione vera non ha bisogno di spettacolo, e che l’amore che comincia senza rumore può essere il più capace di durare. Ma lei non glielo disse. Si limitò a camminargli accanto sul marciapiede, il capo un poco più alto, il passo più leggero.
Certe domande non finiscono quando finiscono le pagine. Amiamo davvero chi ci tiene legati? E l’attenzione quieta vale meno della passione, o ne è la forma più sincera? Quanti dei confini che temiamo sono in realtà confini che abbiamo tracciato con le nostre mani e poi dimenticato? Ciò che so è che l’amore, quando è amore, non ti chiede di sparire; che il desiderio, quando è desiderio, non si trasforma in potere; che i confini giusti sono quelli che proteggono la persona dal male, non quelli che proteggono gli altri dalla sua esistenza. E che la cosa più difficile e più nobile che facciamo è sederci accanto a chi soffre e dire con voce chiara: «Io ci sono».
Libro quarto: Dieci anni dopo

Capitolo ventisettesimo: Una lezione in terza media

Laila stava davanti a trenta ragazzi e ragazze, con in mano un piccolo proiettore che non aveva acceso.
Aveva ventisei anni, lavorava come assistente sociale in un centro per la tutela di bambini e adolescenti e visitava le scuole due volte al mese. Ogni volta guardava i volti seduti davanti a lei e sapeva che tra loro uno o due nascondevano qualcosa che non era ancora stato raccontato. È l’unica conoscenza che non si insegna all’università: distinguere il silenzio che vuol dire «niente» da quello che vuol dire «aiutatemi».
— Non vi mostrerò delle slide, disse. Vi racconterò una storia, e poi mi farete le domande che volete.
Nell’ultima fila una ragazza alzò la testa dal telefono.
— C’era una ragazza di sedici anni. Le piaceva disegnare. Un giorno pubblicò un video di un suo disegno, e un uomo le scrisse un commento gentile. Poi un messaggio. Poi un altro.
Non disse che la ragazza era lei. Sapeva che una storia arriva più in fretta quando nessuno ci ha dentro un volto a cui inchiodarla.
— In nessun messaggio c’era qualcosa che facesse paura. È questo che voglio che ricordiate: il pericolo non arriva sempre con la faccia della paura. Arriva caldo. Ti dice che sei diversa, che sei matura, che ti capisce più della tua famiglia. E poi ti chiede una cosa sola: di non dirlo a nessuno.
Calò il silenzio.
— Basta un segno: una relazione che ti chiede di nasconderla a chi ti vuole bene non è una relazione che ti protegge. Non chiedetevi soltanto: è gentile? Chiedetevi: perché mi vuole tutta per sé?
Un ragazzo in prima fila alzò la mano.
— E se ha un’età vicina alla mia?
— Allora è diverso. L’amore tra pari non è un pericolo. Ma i confini restano: nessuno possiede il tuo corpo e nessuno ti dà un ordine in nome dell’amore.
— E se ci innamoriamo e i nostri genitori lo vietano?
La frase arrivò di sorpresa e sincera. Laila lo guardò.
— È una grande domanda. E ti dico ciò che mi disse mia madre: non abbattere i confini con la rabbia. Chiedi a chi li ha messi perché. A volte scopri che dietro c’è più paura che durezza.
Dopo la lezione, la ragazza che guardava il telefono le si avvicinò. Disse a voce bassa:
— Signora, posso parlarle in privato?
A Laila batté il cuore. È il momento per cui viene, ogni volta.
— Certo. Ci sediamo in corridoio?
— Non so se è qualcosa…
— Se me lo chiedi, è qualcosa. Vieni.
Si sedettero su una lunga panca di legno. La ragazza tirò fuori il telefono e con la mano tremante le mostrò un messaggio. Non sembrava pericoloso, ma Laila riconobbe la frase. Era la stessa, quasi nello stesso ordine.
— Hai fatto bene, disse. Hai fatto la cosa giusta: sei venuta.
— Mi puniranno?
— Mai. Si punisce chi scrive. Ora lo diciamo alla docente referente e poi chiamiamo insieme tua madre. È una che si arrabbia?
— No. Ma si dispiacerà.
— Il dispiacere è meglio del silenzio.
Laila, reggendo il telefono, pensò: magari fossi stata io questa ragazza dieci anni fa. Poi capì che lo era stata, e che questa ragazza, e ogni ragazza, è un anello di un’unica catena che corre dietro le porte, e che chi l’ha attraversata tende la mano a quella che viene dopo.

Capitolo ventottesimo: Una telefonata da Majed

In una notte d’inverno Majed si fermò davanti alla fotografia del padre.
La foto era al suo posto, nella cornice dorata, ma non la guardava così da anni come quella sera. In mano aveva il telefono della figlia. Non l’aveva spezzato. E fino a quella sera si era creduto un uomo che aveva imparato la lezione.
Ricordò ciò che aveva detto lì, dieci anni prima, e le sue parole gli tornavano come un’eco in montagna: tu non hai picchiato nessuno, guardavi e le teste si chinavano, io non ho il tuo sguardo e per questo ho dato uno schiaffo. Allora aveva detto che non sarebbe stato come suo padre, che avrebbe portato il nome come una borsa e non come una catena. E aveva detto che, se Rasha fosse tornata un giorno, le avrebbe detto «mi dispiace».
Ma non l’aveva detto. E Rasha non era tornata. Gli uomini che si promettono di chiedere scusa e poi rimandano scoprono dopo anni che rimandare è l’altro nome del negare. E adesso, con in mano le immagini di un uomo estraneo che scrive a sua figlia, sapeva che il tempo che aveva sprecato non era solo suo: era costato alla sorella dieci anni di muro, e poteva costare di più a sua figlia.
Prese il telefono, uscì sul balcone, rientrò in salotto e compose un numero che non chiamava da più di due anni.
Il telefono di Rasha squillò mentre, nel suo piccolo appartamento, preparava una lezione sull’educazione dell’infanzia nelle società biculturali. Un numero straniero. Rispose.
— Rasha?
Riconobbe la voce prima di riconoscere chi fosse. Era una voce che non sentiva da due anni, ruvida, invecchiata.
— Majed.
— Come stai?
— Bene. E tu?
— Io… ho bisogno di parlarti.
Un lungo silenzio. Suo fratello la chiamava solo per le feste e per i lutti. Eppure eccolo, a quell’ora tarda.
— Dimmi.
— Sama.
— Tua figlia?
— Sì. Ha quindici anni. Ho trovato nel suo telefono… messaggi di un uomo.
Rasha chiuse gli occhi. Non rise, non disse «ecco». Sapeva che un momento come questo non le apparteneva.
— Cosa hai fatto?
— Ancora niente. La prima volta… non sapevo cosa fare. Volevo spaccare il telefono. Volevo… — Si fermò. Poi disse con una voce che lei non conosceva: Ma mi sono ricordato di te.
— Di me?
— Mi sono ricordato di ciò che ti feci. Del mio schiaffo. E ricordo che quel giorno mi dicesti: «Non era amore, Majed, era la prima volta che qualcuno mi ascoltava». E io non capii.
Rasha strinse la penna tra le dita.
— E adesso cosa vedi?
— Vedo mia figlia. E vedo che quest’uomo non è un collega né un Fadi. È un adulto, molto più grande di lei. Io la differenza la so, ma non so cosa dirle. Non so come proteggerla senza perderla.
Rasha disse con calma:
— Majed, ascoltami bene. Prima cosa: non spaccare il telefono. Seconda: non gridare. Terza: siediti con lei e dille: «Non ce l’ho con te. Ce l’ho con quell’uomo». Poi conserva i messaggi, potrebbero servire. Nel vostro paese ci sono enti che ricevono queste denunce, ti cercherò il numero.
— E se mi chiede perché mi arrabbiai con te quando…
— Le dirai la verità. Che hai sbagliato e hai imparato.
Tacque.
— Mi hai perdonato?
Non lo sapeva. Ed è l’unica sincerità possibile.
— Non lo so. Ma mi hai chiamata, sei mio fratello, e io sono qui stanotte. Cominciamo da questo.
E Majed, dopo un silenzio, disse la parola che aveva rimandato per dieci anni, con una voce che non somigliava alla sua, quando credeva ormai di aver dimenticato come si dice: «Scusa». Fu la parola più pesante che avesse pronunciato in vita sua, e la più leggera nel momento in cui uscì.
Una settimana dopo Majed mandò una foto: sua figlia Sama con un quaderno da disegno in mano e accanto una tazza di tè, sul volto un sorriso piccolo e cauto. E sotto scrisse: «Stiamo imparando a parlare».
Rasha guardò a lungo la foto. Poi alzò la testa verso la finestra, dove la neve cadeva sulla strada, e pensò che la vittoria più difficile di tutta la storia non era stata la sua. Era stata quella di suo fratello, che aveva imparato a diventare una porta e non un muro.

Capitolo ventinovesimo: Un funerale a novembre

Walter morì all’età di ottantacinque anni, nel suo letto, dopo una serata tranquilla passata a leggere a Gertrud pagine di un libro sui treni.
Nella sua morte non c’era nessuna tragedia. Era un uomo che aveva vissuto a lungo, aveva amato alla fine della vita e se n’era andato sapendo che qualcuno aspettava di sentire cosa avrebbe detto al mattino. È, se vogliamo essere esatti, la fine più rara che un essere umano possa desiderare, e la meno meditata, perché non fa piangere nessuno abbastanza.
Ma la mattina dopo fu lunga.
Gertrud stava nel piccolo salotto che avevano diviso per nove anni, vestita di nero, aveva settantanove anni e il viso si era fatto più sottile. Arrivò Michael con la moglie e i due figli, e negli anni aveva imparato a rispettare quest’uomo giunto tardi nella vita di sua madre.
— Mamma, ci occupiamo noi delle pratiche.
— No. Me ne occupo io.
— Ma…
— Non era mio parente sulla carta, disse con calma. Ma era mio parente abbastanza. E non voglio che le cose siano lasciate a chi non sa che gli piaceva il tè senza zucchero e che odiava i fiori bianchi.
Michael la guardò a lungo.
— Va bene. Faremo ciò che vuoi.
Al funerale si riunirono una quarantina di persone: vecchi colleghi delle ferrovie, vicini del palazzo, cameriere dell’antico albergo. Venne Hanan con un abito scuro e Samir, Laila e Jonas, Rasha dall’università, Karim e Katrin dalla loro città. Erano tutti lì, come alla tavola, ma stavolta la morte li aveva riuniti senza invito.
Gertrud, in piedi accanto alla tomba, disse poche frasi senza foglio:
— Non mi aspettavo di amare una seconda volta. Né che qualcuno mi amasse a quest’età. Mi dicevano che non era decoroso, che il desiderio va in pensione, che l’amore dopo i sessant’anni è come il tè freddo. Si sbagliavano. Il desiderio non va in pensione. Ciò che va in pensione è la paura. E Walter mi ha tirata fuori dalla mia.
Poi tacque, e protese verso la terra un fiore giallo.
Hanan era un po’ in disparte, le lacrime scendevano senza suono. In quegli anni aveva imparato che l’amore non si misura con l’età, né con il sesso, né con la religione, né con la città. Si misura con il coraggio che richiede: dire a qualcuno «ti voglio» sapendo che può andarsene, che puoi perderlo, che la gente può ridere di te.
Sentì la mano del marito prendere la sua. Si voltò. Samir non disse nulla. Aveva cinquantotto anni, i capelli ingrigiti e gli occhi più dolci. Sussurrò:
— Se mi succedesse qualcosa… dirai di me parole belle?
— Cosa vuoi che dica?
— Che ci ho provato.
Gli strinse la mano.
— E che ci sei riuscito.

Capitolo trentesimo: Prima di rispondere

Una sera di primavera, dopo una conferenza tenuta in una scuola nuova, Laila tornò nel suo piccolo appartamento, dove Jonas aveva preparato una cena semplice.
Vivevano insieme da tre anni. Non si erano sposati, e non era questione di una scelta netta. Rimandavano la parola grande perché prima volevano sapere come si vivono i giorni ordinari.
— Com’è andata?
— Bene. Dopo è venuta una ragazza.
— La stessa pagina?
— La stessa pagina.
Si sedette accanto a lei.
— Ti stanca?
— A volte. Ma penso: se qualcuno avesse fatto questo per me dieci anni fa.
— Qualcuno l’ha fatto.
— Chi?
— Tua madre. E tuo padre, dopo aver imparato. E io, quando ti ho aspettata sulla scalinata del tribunale.
Rise.
— Sì. Tutti voi.
Dopo cena, mentre lavavano i piatti, Jonas disse all’improvviso:
— Laila, vuoi che ci sposiamo?
Le sue mani non si fermarono.
— Me lo chiedi o me lo proponi?
— Te lo chiedo. E non voglio una risposta stasera.
— E perché adesso?
— Perché voglio scegliere, non lasciarmi trascinare. E non voglio che tu pensi che lo chieda perché qualcuno ha detto che è ora.
Lo guardò, poi guardò l’acqua che scorreva.
— A sedici anni credevo che l’amore fosse una cosa sola: arriva senza chiedere permesso e ti prende. Adesso so che è di molti tipi, e che il più difficile è quello che dice: «Non ti metto fretta».
— È meglio?
— È l’unico che merita di essere creduto.
Si asciugò le mani.
— Ci penserò. E te lo dirò. E sentirai la mia risposta com’è, non come la vorresti.
— È tutto ciò che chiedo.
Quella notte Laila non dormì.
A ventisei anni sa che le domande importanti non arrivano a voce alta. Arrivano mentre lavi i piatti. Ed eccola nel suo letto, con Jonas che dorme accanto respirando piano, e lei che fissa il soffitto.
La paura che la occupava era strana: dire «sì» senza sapere se fosse un «sì» suo o di qualcos’altro. Perché tutti la aspettavano. Perché sua madre sarebbe stata felice, e suo padre forse avrebbe tirato un sospiro di sollievo, e a ventisei anni è un «momento ragionevole». E perché il suo mestiere le ha insegnato che tutto ciò che non si vede può essere pericoloso. Jonas è un pericolo? No. È solo che non sa distinguere tra sicurezza e resa.
Si voltò e guardò la sua schiena. Aveva sedici anni quando le aveva sfiorato un dito, e a ventisei le preparava il tè ogni mattina. Non aveva mai alzato la voce né le aveva chiesto qualcosa che lei non volesse. Eppure lei aspettava sempre che accadesse qualcosa di brutto, come se la tenerezza fosse una trappola. E chi gliel’aveva insegnato? Marc.
Non pronunciava quel nome da anni. Dentro di sé c’era una stanzetta chiusa con una chiave arrugginita, e a volte, di notte, vi si avvicinava e posava la mano sulla porta. Tutto era finito, e lo sapeva. Ma continuava a esaminare ogni uomo gentile: dov’è l’inganno? E Jonas? No. Jonas non le chiede di nascondere nulla. Basta? Forse. Lei dice nelle sue conferenze: una relazione che ti chiede di nasconderla non è una relazione che ti protegge. E il suo rapporto con Jonas regge la luce, anche davanti a suo padre, anche davanti alla nonna. Dunque la domanda non è lui. È lei.
Si alzò e si sedette sul bordo del letto, con qualcosa nelle mani che somigliava a un tremito. Voleva credere di meritare qualcuno che la amasse senza possederla, e temeva di non saper essere amata. Il primo amore che aveva visto erano state le urla del padre e il silenzio della madre, e l’amore che aveva creduto tale era stato una trappola, e quello che vede ora è così quieto da farle paura di non sentirlo. Vuole la scintilla? No. Vuole vedere la scintilla diventare una casa. Ma ha imparato che certe scintille bruciano, e che non tutto ciò che brucia è amore, ed è ciò che dice ai suoi ragazzi.
Tornò a letto e posò la mano sulla spalla di Jonas. Lui si svegliò a metà.
— Laila?
— Niente. Dormi.
— Stai bene?
— Bene.
— E se non stai bene?
— Allora te lo dico.
Mormorò qualcosa e si riaddormentò. Lei lo guardò e si disse: gli risponderò domani. Ma la risposta non è «sì» o «no». La risposta è dirgli tutto ciò che ho detto adesso: la paura, la scintilla, la chiave arrugginita. E se resta, quella è la risposta.
Quando si addormentò aveva tracciato dentro di sé un piccolo confine che nessun altro aveva tracciato: non dire «sì» prima di aver detto tutto.
La mattina di quella domenica telefonò alla madre, come ogni domenica. Sullo schermo apparve il volto di Hanan, e dietro di lei una piccola scrivania con fogli di ingegneria e un disegno architettonico di una casa non ancora costruita.
— Mamma, che cos’è?
— Un progetto. Ho ripreso a studiare e ho fatto tre piccoli lavori per clienti del quartiere. Lo tenevo nascosto.
— Perché?
— Perché ero abituata a non dire niente finché non riuscivo.
— E ci sei riuscita?
— Non lo so. Ma ho deciso di non aspettare di saperlo.
Laila rise.
— Mi somigli.
— No, tu somigli a me. La differenza è che tu hai imparato da me prima che imparassi io.
Dopo un silenzio Laila disse:
— Mamma, ho una domanda vecchia.
— Quale?
— Chi traccia i confini?
Hanan sorrise, e il sorriso stavolta era più quieto e più profondo.
— Ancora te lo chiedi?
— Sempre.
— E io non ho ancora una risposta definitiva.
— Allora stiamo bene.
— Sì. Perché chi ha una risposta definitiva smette di domandare, e chi smette di domandare traccia i confini degli altri.
Sullo sfondo Laila sentì la voce del padre che chiamava dalla cucina:
— Hanan, mangiamo?
— Un attimo, Samir.
Poi si voltò verso lo schermo:
— Vai a dire a Jonas che lo saluto.
— Glielo dico.
La linea si chiuse. Laila restò qualche secondo a guardare lo schermo spento, poi la finestra che dava su palazzi, luci e persone che non conosceva, ciascuna con dentro una mappa che nessun altro vede: ciò che vuole, ciò che teme, ciò che le è permesso, ciò che non le è permesso.
Poi si alzò e andò in cucina, dove Jonas preparava il tè, e si fermò davanti a lui e disse: «Voglio raccontarti una cosa prima di rispondere». Lui posò il bricco sul piano, si sedette e aspettò.
Libro quinto: L’altra sponda
Nei libri precedenti siamo rimasti a Waldberg e abbiamo guardato la città chiusa dalla finestra di un telefono e dalla voce delle telefonate. Questo libro è un viaggio verso l’altra sponda. Hanan torna, dopo vent’anni, nella città che aveva lasciato, e porta con sé la figlia Laila e la sorella Rasha. Là il quartiere chiuso non è un’ombra vista da lontano, ma una casa a tre piani, una madre malata, una ragazza di quindici anni con un telefono in mano, e un uomo che si chiama Majed.
In queste pagine non voglio stare con la società europea contro quella araba, né con quella araba contro l’europea. Voglio mostrarvi che i confini si tracciano ovunque, che la paura si somiglia dovunque sia, e che il coraggio, quando arriva, arriva con accenti diversi. La vicenda si svolge nell’inverno che segue il funerale di Walter.

Capitolo trentunesimo: La sala arrivi

Hanan non aveva dormito in aereo.
Si era seduta accanto al finestrino, la fronte contro il vetro freddo, a guardare nuvole che non cambiavano. Alla sua destra Laila leggeva un libro in tedesco con occhi che non leggevano, e a sinistra, nel corridoio, Rasha si avvolgeva e riavvolgeva la sciarpa intorno alla mano.
— Hai paura? chiese Laila in arabo.
— Non lo so.
— Non c’è problema.
— Non torno da diciannove anni.
— È cambiata?
— Non so se è cambiata lei o se sono cambiata io.
La madre aveva telefonato tre giorni prima. Una voce fiacca, a frasi brevi, asciutta come carta vecchia: «Sto peggio, Hanan. Non voglio morire senza averti vista».
Hanan non aveva detto nulla a Samir. Aveva posato il telefono sul tavolo e lo aveva guardato, e lui aveva detto senza che lei parlasse:
— Vai.
— Mi serviranno due settimane.
— Prendine quattro. Io sono qui.
— Laila vuole venire.
— Lo so.
— Potrebbero non accoglierla come dovrebbero.
— E potrebbero accoglierla. Lo sai solo quando vai.
Così ora volavano sopra un mare che non vedevano: tre donne di due generazioni in un’unica valigia di storia.
All’atterraggio Hanan si agitò. Si aggiustò la sciarpa tre volte nel corridoio. In Germania la portava solo d’inverno, ma qui l’aveva messa senza accorgersene, come se il corpo ricordasse prima della mente. È uno degli scherzi più strani della patria: abita le mani prima di abitare la memoria.
— Mamma, disse Laila piano, stai tremando.
— No. È il freddo.
— Non fa freddo.
— Allora è un’altra cosa.
Laila le toccò la spalla.
— Resto vicino a te.
— E tu? Stai bene?
— Sono curiosa. Non ho mai visto il tuo paese.
— Il mio paese?
— Il paese di mia madre.
Hanan rise per la prima volta da giorni.
Davanti all’uscita c’era un uomo di cinquantadue anni con un cappotto grigio, i capelli ingrigiti e in mano un piccolo mazzo di fiori bianchi. Hanan non lo riconobbe al primo sguardo. Poi vide gli occhi.
— Majed.
— Hanan.
Nessuno dei due avanzò. Restarono a cinque passi di distanza, come stanno le persone dopo anni di assenza di cui non sanno come si ripari il filo. Poi lui fece un passo. Tese i fiori, ritirò la mano e disse:
— Non so come salutarti.
— Nemmeno io.
— La mamma chiede ogni giorno se sei arrivata.
— Andiamo da lei.
Si voltò verso Laila.
— E questa…
— Laila. Mia figlia.
— Benvenuta, figlia mia.
— Grazie, zio.
Lo disse in un arabo corretto con la cadenza tedesca, inclinando un poco la testa, sapendo che la parola «zio» gli avrebbe fatto più effetto di mille spiegazioni. A lui tremò la mascella.
— Rasha? disse infine.
Rasha stava dietro di loro, pallida.
— Majed.
Nessuno parlò. Tra loro c’erano anni, uno schiaffo, una borsa di studio e una telefonata in una notte d’inverno.
Majed tese la mano.
— Chiedo scusa. Ancora non so come dirlo. Ma voglio dirlo qui, all’aeroporto, in mezzo alla gente, non a casa. Perché non voglio che sia una cosa da nascondere.
Rasha guardava la sua mano. Nella sala c’era rumore, valigie, gente che si abbracciava, e sullo sfondo una donna gridò: «Bentornata, amore!».
Tese la mano.
— Accetto.
Non si abbracciarono. Ma si strinsero la mano, e fu la stretta più forte che potesse esserci tra due fratelli in quel luogo.
Lungo la strada dall’aeroporto Laila sedeva dietro a guardare le vie: insegne in arabo, mercati, bambini che giocavano a pallone fra le auto. La città era più piccola di come l’aveva immaginata e più rumorosa. La macchina passò davanti a una piccola cartoleria chiusa, con una saracinesca di metallo arrugginita.
Rasha lo vide, e non disse nulla.

Capitolo trentaduesimo: La casa a tre piani

La casa era più piccola di come Hanan la ricordava. O forse era lei a essere più grande.
Si fermò sulla soglia della porta di legno e vide le scale che aveva salito cento volte con il pane in mano, la lampada appesa sopra l’ingresso, la finestrella da cui si sporgeva sulla strada a osservare gli estranei. E l’odore della casa non era cambiato: sapone, muschio e caffè vecchio.
— Mamma.
Non seppe chi l’avesse detto. La voce veniva da dentro, debole, con un tremito.
Entrò.
Sua madre sedeva su un grande divano circondata di cuscini, i capelli bianchi radi sotto un velo bianco, il viso rimpicciolito e raggrinzito come se si nascondesse. Le mani sulle ginocchia le tremavano appena.
— Hanan?
— Sono io.
— Vieni.
Si avvicinò, si inginocchiò accanto al divano e posò la testa in grembo alla madre come faceva a sette anni. La madre non disse nulla. Le posò sul capo la mano tremante, sapendo che ogni parola avrebbe rovinato il momento.
Laila era in piedi alla porta accanto a Rasha, a guardare una scena che non aveva vissuto: una donna che torna alla sua infanzia dopo vent’anni.
— E questa? disse infine la madre con voce improvvisamente acuta.
— Laila. Mia figlia.
— Vieni, tesoro. Voglio vederti il viso.
Laila si avvicinò timidamente. La nonna le prese il volto fra le mani e la guardò a lungo, come si guarda un quadro antico.
— Somigli un po’ a tuo padre. E somigli a me. Lo sapevi?
— No.
— Le sopracciglia. Dalla parte di mia madre.
Laila rise e non seppe perché le si fossero inumiditi gli occhi.
La sera, quando sedettero alla grande tavola, Suha entrava e usciva dalla cucina, Majed parlava di prezzi e di elettricità, Rasha taceva, e Laila guardava piatti di cui non conosceva il nome.
A un tratto nella stanza entrò una ragazza di quindici anni, esile, con lunghi capelli neri legati dietro la testa e occhi grandi che somigliavano a quelli di Majed da giovane. In mano aveva un telefono.
— Questa è Sama, disse Majed.
— Ciao.
— Salve.
I due saluti si scambiarono senza calore. Ma quando Sama si sedette di fronte a Laila, questa vide che la ragazza la fissava con una curiosità affamata, come chi vede un quadro diverso da quelli appesi a casa sua.
— Sei tedesca?
— Sì.
— Parli tedesco?
— Sì.
— Puoi dire qualcosa?
— Du hast schöne Augen.
— Che significa?
— Hai begli occhi.
Sama rise e arrossì. Majed li guardava in silenzio, coprendo la meraviglia con la serietà.
Di notte, quando la nonna si fu addormentata e tutti si furono ritirati, Sama si avvicinò alla stanza di Laila.
— Posso entrare?
— Certo.
Si sedette sul bordo del letto, stringendo il telefono.
— Laila, posso farti una domanda?
— Dimmi.
— Mamma dice che lavori con ragazze come me, ragazze di scuola, e le proteggi.
— Ci provo.
— Da cosa?
— Da persone che vogliono far loro del male o ingannarle.
Sama tacque e continuò a fissare il telefono.
— E se non fosse per me?
— Cioè?
— Per una mia amica.
— Chi è?
— Dana. Della mia classe.
— Che le è successo?
— Non so se devo dirlo.
— Tu non mi stai dicendo il suo segreto. Mi chiedi come aiutarla. È diverso.
Passò un momento di silenzio.
— C’è un ragazzo che la minaccia.
— Con cosa?
— Con una foto. Una foto che si è fatta da sola e gli ha mandato. Dice che la pubblicherà se non fa quello che le chiede.
Il viso di Laila non cambiò. Era il momento per cui si allenava da anni.
— Primo: hai fatto bene a dirmelo. Secondo: chi minaccia è chi sbaglia, non lei. Capisci la differenza?
— Sì.
— Terzo: non gli paghi niente e non gli mandi altro. Pagare o mandare gli fa volere di più.
— E cosa si fa?
— Si conservano i messaggi, senza cancellare, e lo si dice a un adulto di cui ci si fida. Ha una madre o un’insegnante?
— Sua madre potrebbe picchiarla.
— Allora un’insegnante. O parliamo con un adulto che possa aiutare. Nella vostra scuola c’è una consulente?
— Sì. Ma abbiamo paura di lei.
— Perché?
— Perché potrebbe avvisare le famiglie.
Laila pensò. Sapeva che era questo il nodo: che in una società chiusa lo stesso aiuto diventa una minaccia. La consulente nata per proteggere la ragazza diventava, agli occhi della ragazza, un ramo del potere della casa.
— Una strada la troviamo. Ma stanotte non fare niente. Conserva soltanto tutto.
Sama la guardò con gli occhi pieni.
— Perché sai tutte queste cose?
— Perché ho passato qualcosa di simile.
— E cos’è successo?
— È una storia lunga. Te la racconterò più avanti. Per ora sappi solo questo: non sei sola. E nemmeno Dana.
Sama le prese all’improvviso la mano, senza saper dire la propria gratitudine, e disse solo:
— Sei come mia mamma. Ma più calma.
Laila sorrise.
— È la cosa più bella che mi abbiano detto.

Capitolo trentatreesimo: Ciò che la madre non ha detto

Il quarto giorno Hanan si svegliò al suono della voce della madre che la chiamava.
Il sole era già alto. Entrò nella stanza e la trovò seduta sul letto, con il velo bianco, sul tavolino accanto un bicchiere d’acqua intatto.
— Chiudi la porta.
La chiuse.
— Siediti qui.
Hanan si sedette sul bordo del letto. Il viso della madre era stanco, ma gli occhi erano più limpidi che nei giorni precedenti.
— Hanan, io sto per morire.
— Mamma…
— No, lasciami parlare. Non ho paura della morte. Ho paura di morire senza averti detto una cosa.
— Dimmela.
— Ti ho fatto un torto.
Hanan tacque. Non se l’aspettava.
— Non un torto con crudeltà. Un torto con il silenzio. Ti ho data in sposa a vent’anni mentre amavi lo studio. Mi sono detta che era un bene per te, che l’uomo era buono. E la sera prima piangevi, e io ti dissi: tutte le ragazze piangono.
— Ed era vero.
— Non lo era. Piangevi perché non volevi. Ma io non ti dissi che anch’io avevo pianto il giorno delle mie nozze.
Hanan la guardò.
— Tu?
— Io. Avevo diciotto anni. Sposai tuo padre dopo averlo visto due volte. Mi dissero: è un uomo di valore. E lo era. Non alzò mai la voce con me. Ma non lo amai mai.
Hanan restò immobile. Questa frase, quando la pronuncia una madre di settantaquattro anni davanti alla figlia, abbatte più di mille romanzi il mito della casa fondata sull’amore, mentre in realtà è fondata sull’accordo, e tutti ci hanno vissuto dentro come in un bel dovere.
— E c’era un altro uomo nella mia vita.
Lo disse con tono calmo, come se parlasse di un estraneo.
— Prima di sposarmi. Si chiamava Salim. Il figlio dei vicini. Ci scambiavamo sguardi dalla finestra. Una volta mi salutò per strada e disse una parola. Un’altra volta mi mise un biglietto sotto la porta.
— E cosa diceva il biglietto?
— Non lo ricordo. Ma ricordo che quella notte dormii sorridendo.
Rise di una risata debole.
— Mi sposai. E si sposò anche lui. E ho saputo che è morto due anni fa. E io sono qui nel mio letto e ricordo ancora la sua risata.
— Mamma…
— Non dire niente. Non voglio compassione. Voglio dirti: se tornassi indietro mi comporterei diversamente. Non so come. Ma mi sarei chiesta: che cosa voglio?
— E perché non te lo sei chiesto?
— Perché nessuno lo chiedeva. E quando nessuno ti chiede, pensi che la domanda sia proibita.
Tacque. Poi disse:
— E ora sento da Majed e Suha che tua figlia vive con il suo uomo senza essere sposata.
— Laila. E sono affari suoi.
— Lo so. Majed me l’ha detto arrabbiato. E io non mi sono arrabbiata. Gli ho detto: e allora? È un bravo ragazzo? Mi ha guardata sbalordito, perché non avevo chiesto «è musulmano?», ma «è buono?».
Hanan sorrise.
— E cosa ha risposto?
— Ha detto: non so.
— È buono.
— Molto.
— Allora mi basta.
Hanan si chinò e le baciò la mano.
— E c’è un’altra cosa.
— Dimmi.
— Il nostro vicino Abu Nabil. Vedovo come me. Viene ogni sera a chiedere della mia salute. E so che vuole altro. E io non gli ho detto no. E non gli ho detto sì.
— E tu cosa vuoi?
— Non lo so. Ma ogni sera aspetto di sentire il suo bussare alla porta.
Hanan rise con le lacrime.
— Mamma! Hai settantaquattro anni!
— E l’età impedisce al cuore? Ho sentito dire che in Germania una donna di settantanove anni ha amato un uomo di ottantaquattro.
— Gertrud. Come lo sai?
— Me l’ha raccontato Laila. E mi sono detta: se una donna straniera dall’altra parte del mondo fa questo, perché io devo aspettare la morte prima di permettermelo?
— E cosa farai?
— Ne parlerò con Majed.
— E se si oppone?
— Allora sarà mio figlio a opporsi, e io una donna che vuole. E vedremo chi vince.
Era la frase che Hanan non avrebbe mai immaginato di sentire dalla madre. E sapeva anche che chi cerca di tracciare i confini non ha per forza il potere sul cuore.
La sera Abu Nabil entrò con una camicia stirata e in mano una scatola di dolci.
Aveva settantasei anni, il corpo magro, un viso buono e occhi cauti. Rimase sulla porta a guardare la nonna, che aveva messo il suo velo più bello.
— Salve, Abu Nabil.
— Salve a te, Umm Majed. Come stai oggi?
— Meglio.
— Sia lode a Dio.
Si sedette vicino a lei e le porse la scatola. Nessuno parlò di niente. Sorseggiavano il caffè e parlavano del tempo, dei prezzi, dei figli.
Fuori, dietro la porta, Hanan e Laila osservavano la scena dalla fessura.
— Mamma, sussurrò Laila, sai cosa vedo? Vedo la nonna che ride.
— Sì.
— Vuol dire che mi sbagliavo. Credevo che le nonne non si innamorassero.
Hanan sorrise.
— Noi non smettiamo di niente. Smettiamo solo di ammetterlo.

Capitolo trentaquattresimo: Lamis

Lamis venne da Rasha il sesto giorno.
Rasha non la riconobbe al primo sguardo. Era la ragazza che dieci anni prima aveva scritto un biglietto in terza liceo, ed ora era una donna di ventisei anni, con i capelli coperti da un velo rosa e gli occhi ancora grandi, ma con una stanchezza dentro.
— Professoressa?
— Lamis! Sei tu?
— Sì.
— Vieni!
Si abbracciarono. Quando si staccò, Rasha vide che aveva gli occhi lucidi.
Sedettero nel piccolo salotto. Majed era uscito al lavoro, Suha era in cucina e Sama a scuola.
— Come stai?
— Bene.
— Conosco questa parola. «Bene» a volte vuol dire il contrario.
Lamis sorrise con tristezza.
— Lei continua a leggere i volti.
— Un poco.
— Mi sono sposata un anno fa. Con Hisham. Un brav’uomo, ingegnere, la sua famiglia è per bene.
— E allora?
— Non so come dirlo.
— Dillo come vuoi.
— La notte di nozze… non ci sono riuscita.
Rasha tacque.
— Intendo… non sono riuscita a…
Le parole si spezzarono.
— Non dire altro. Ho capito.
— Da un anno non succede niente. Ogni volta mi irrigidisco e piango. Lui è paziente. Ma ha cominciato a chiedere: c’è qualcosa che non so? Hai amato un altro? E io non so cosa rispondere.
— L’hai detto a qualcuno?
— Mia madre ha detto: «Pazienza, figlia mia, all’inizio le ragazze hanno paura». E mia suocera ha detto: «Forse non vuoi mio figlio». E io non lo so.
— Lamis, quando hai imparato qualcosa sul tuo corpo? Su ciò che succede tra un uomo e una donna?
— Una settimana prima delle nozze.
— Da chi?
— Da mia madre. Mi disse: «Sopporta, e passerà».
Rasha conosceva quella frase. L’aveva sentita venticinque anni prima da molte donne. Ed è, come sa chi l’ha sentita, la raccomandazione più diffusa nella storia delle madri e la meno utile: una raccomandazione in cui la ragazza viene preparata alla vita in comune come si prepara un malato a un’operazione.
— Sei andata da una dottoressa?
— No. Ho paura.
— Di cosa?
— Che dirò che non ci sono riuscita, e lo sapranno tutti.
— La dottoressa non lo racconta a nessuno. E ci sono specialisti per questo, e ciò che descrivi è più comune di quanto immagini. Il tuo corpo non rifiuta tuo marito. Il tuo corpo ha paura. Ha imparato che non gli è permesso rilassarsi.
— Paura di me?
— Di tutto ciò che hai imparato: che questa cosa è pericolosa, che è vergogna, che fa male, che va sopportata. Tutti questi messaggi costruiscono un piccolo muro attorno al corpo.
Lamis pianse.
— E si abbatte?
— Sì. Ma piano, e senza vergogna.
— E Hisham?
— Sa che hai paura?
— No. Pensa che lo rifiuti.
— Digli quello che hai detto a me. Non dire «sono debole». Dì: «Ho paura e ho bisogno di aiuto».
— E se si arrabbia?
— Può darsi. Ma la sua rabbia sarà minore della sua paura. E se è un uomo buono, ascolterà.
Lamis rimase a lungo in silenzio.
— Perché nessuno ce l’ha insegnato?
— Perché nessuno l’ha insegnato a loro.
Rasha scrisse un nome su un foglietto e glielo porse.
— Questo è il numero di una ginecologa che conosco. La chiamo io stessa.
Quando Lamis se ne andò, Rasha rimase alla finestra a guardare la strada. Non le aveva spiegato niente di grande. Ma pensò che tra una ragazza che scrive un biglietto in terza liceo e una donna che piange la notte delle nozze c’è un unico filo: che nessuno parla. E che la vergogna, quando si fabbrica nel silenzio, diventa corpo.

Capitolo trentacinquesimo: Ciò che fa Majed

Laila non dormì quella notte.
Pensava a Dana, la ragazza che non aveva mai visto, e al ragazzo che aveva nel telefono un’arma piccola, e al fatto che non sapeva come funzionasse la legge qui, né come si comportassero le consulenti, né come potesse uno straniero intervenire in una casa che non era la sua.
La mattina trovò la madre in cucina a preparare il tè.
— Mamma, devo parlarti.
— Dimmi.
Le raccontò tutto senza fare il nome della ragazza. Hanan ascoltò in silenzio, e quando Laila finì posò il bicchiere.
— E cosa pensi?
— Voglio dirlo allo zio Majed.
— Perché proprio lui?
— Perché qui la cosa non si risolve soltanto con la legge. E perché è un uomo la cui parola conta nel suo ambiente. E perché so che è cambiato.
— E se sbaglia?
— Allora avremo provato.
Hanan pensò.
— Laila, sai che metti una cosa nelle mani di un uomo che potrebbe gridare, punire, divulgare.
— Lo so. Ma se non rischio, sarò come chi lascia sola la ragazza perché ha paura di sbagliare.
La madre la guardò con un orgoglio che non riuscì a nascondere.
— Sarò con te.
A mezzogiorno sedettero in salotto: Laila, Hanan e Majed, e Suha in piedi alla porta.
— Non ti dirò il nome della ragazza, cominciò Laila con calma. Ma ho bisogno del tuo aiuto.
— Dimmi.
— Una ragazza della scuola di Sama, adolescente, è minacciata da un ragazzo con una foto privata. E le chiede delle cose.
Il volto di Majed si indurì, e Laila immaginò il momento dell’esplosione. Ma lui non gridò.
— Chi è il ragazzo?
— So solo il nome: Ziad. Diciassette anni, del quartiere vicino.
— E la ragazza…
— Non ha fatto niente di sbagliato. Chi minaccia è chi sbaglia.
Majed tacque. Leggeva con gli occhi parole invisibili sul muro. Poi disse a bassa voce:
— Me lo disse qualcuno al lavoro, anni fa: la ragazza minacciata non è da incolpare. E non gli credetti.
— E ora gli credi?
— Ci provo.
— Conosci la famiglia di Ziad?
— Se è del quartiere vicino, conosco suo padre. Un impiegato del nostro ufficio. Un uomo bravo sul lavoro, severo in casa.
— Majed, disse Hanan con cautela, andrai da lui?
— Sì. Ma non voglio far male alla ragazza, né che lo sappia il quartiere. È possibile?
— È possibile. Per questo chiediamo a te.
Laila posò il telefono sul tavolo.
— Abbiamo dei passi: non gli paghiamo niente e non mandiamo nulla. Conserviamo tutti i messaggi. Chiamiamo suo padre con calma, senza accuse personali e senza scandali. Gli diciamo: «Tuo figlio ha fatto una cosa grave e sei tu il responsabile di fermarlo». E se non si ferma, c’è un ente specializzato che riceve queste denunce.
— Esiste qui?
— Sì. L’ho cercato stanotte.
— Allora stasera telefono a suo padre.
— E Suha? disse Laila all’improvviso. Potrebbe telefonare alla madre della ragazza? Con una voce di donna. Credo che la madre abbia bisogno di sentire che sua figlia non è accusata.
Majed si voltò verso la moglie. Aveva gli occhi lucidi.
— Fallo.
— Io?
— Tu sai come parlare con loro.
Era una frase semplice. Ma Suha, che per quindici anni non era stata consultata su niente, rimase attonita.
— Lo farò.
La sera Majed sedette in una stanza laterale e chiamò il padre di Ziad, con il volto circospetto. Laila non sentì i dettagli, ma lo vide uscire dopo mezz’ora, i lineamenti stanchi.
— Cos’ha detto?
— All’inizio ha difeso il figlio. Ha detto che è un ragazzo e che sono tutti così. Poi gli ho detto: «E se fosse tua figlia?». E ha taciuto.
— E poi?
— Mi ha chiesto: cosa vuoi? Ho detto: che prenda il suo telefono, cancelli tutto, parli con lui e si scusi con la famiglia della ragazza senza dire il nome. Altrimenti presenterò denuncia.
— E lui?
— Ha chiesto un’ora. Poi ha richiamato. Ha detto di avergli preso il telefono e di aver picchiato il figlio…
— Majed!
— Sì. Ma gli ho detto: non picchiarlo. Non gli insegnerebbe niente. Siediti con lui e digli perché è sbagliato.
Laila lo guardò sbalordita.
— Ha ascoltato?
— Non lo so. Ma ha detto: «Sei il primo che me lo dice».
Majed si sedette strofinandosi il viso con i palmi.
— Laila, non so come hai imparato queste cose. Ma so che avrei picchiato io il ragazzo se tu non fossi stata qui.
— E tu hai scelto di non farlo.
— Perché hai detto che le botte non cancellano la paura, la spostano.
E aggiunse più lentamente:
— Come l’ho spostata io su Rasha.
Laila non disse nulla. Sapeva che la cosa migliore era lasciare la frase sospesa nell’aria, come una confessione che non ha bisogno di risposta.
Quella notte, in cucina, non fu la cipolla il motivo del pianto di Suha.
Nessuno sente ciò che dice una donna che taglia le cipolle. Suha sta in piedi davanti al piano e taglia, e le lacrime scendono senza imbarazzo, ed è la cosa migliore: che può piangere senza che nessuno le chieda niente. Nell’altra stanza Majed guarda il telegiornale, Sama studia, la nonna sonnecchia.
— Perché piangi? si chiese.
— La cipolla.
— E altro?
— E altro niente.
— Bugiarda.
Posò il coltello. Dalla finestrina il quartiere dormiva.
Quand’era stata l’ultima volta che qualcuno le aveva detto «grazie»? Tre giorni prima, quando gli aveva portato il tè. Lo pensava? No. Lo diceva come si dice «buongiorno». E lei? Pensava ciò che diceva quando diceva «prego»? Forse lo diceva perché non sapeva che altro dire. Ed era la frase più sincera che avesse sentito.
Quindici anni in quella cucina, a preparare, pulire, mettere i piatti, ad ascoltare la nonna lamentarsi, Majed lagnarsi, Sama chiedere. E nessuno che domandasse: cosa vuoi? E lei non se lo chiedeva perché temeva la risposta: che non lo voleva. Si mise la mano sulla bocca. Non l’aveva mai detto, nemmeno nella testa.
Non odia Majed. È un uomo buono, non l’ha mai picchiata. Ma non l’ha mai ascoltata. Basta questo per odiarlo? No. Ma basta per piangere.
Si asciugò il viso con la manica. Gli aveva detto un giorno: «Insegnerai a Sama che l’amore si paga con le botte». Non sapeva da dove fosse venuta la frase: qualcosa si era spezzato dentro di lei. E lui l’aveva guardata per la prima volta dopo anni. E lei aveva visto che aveva paura. Anche lei. Ed è un confine condiviso.
Tornò alle cipolle e riprese a tagliare con calma. Di cosa aveva bisogno? Di essere interrogata. Che Majed le chiedesse cosa pensa e cosa vuole, anche se la risposta fosse «non so». E perché non gliel’aveva detto? Perché si vergognava, e perché sua madre le aveva detto: «La donna che chiede troppo viene lasciata». E quella che non chiede? Dimenticata. Quale delle due è peggio? Essere dimenticate.
Si lavò le mani. Domani gli avrebbe detto: «Majed, dobbiamo parlare». E se non avesse ascoltato? Lo avrebbe detto un’altra volta. E se ancora non avesse ascoltato? Allora avrebbe saputo. Era la prima volta che decideva di aprire un nuovo confine: quello tra sopportare e dire.
Sentì dei passi dietro di lei. Majed era sulla porta della cucina in camicia da notte, con in mano una tazza vuota.
— Suha?
— Sì.
— Stai bene?
Non seppe cosa rispondere. Non glielo chiedeva da tredici anni.
— Bene.
— No. Non sembra.
— Io… ho bisogno di parlare.
— Adesso?
— Se hai tempo.
Posò la tazza sul tavolo.
— Sì. Siediti.
Si sedette lei e si sedette lui. Fu la prima volta da molto tempo che due persone sedevano in una cucina senza che nessuno dei due chiedesse qualcosa.
Una settimana dopo, Sama arrivò saltellando:
— Dana sta bene. Ziad le ha chiesto scusa e ha cancellato tutto davanti a sua madre. E sua madre non l’ha picchiata.
— Sono contenta.
— E ti dice grazie.
— Io non ho fatto niente. Lo ha fatto tuo padre.
— No. Tu sei stata la prima a dirmi cosa fare.
Laila guardò la ragazza e vide in lei se stessa dieci anni prima: gli occhi grandi e il desiderio di credere che il mondo possa essere sicuro. E pensò che ciò che a Waldberg era stato un segreto soffocante poteva trasformarsi in protezione collettiva in una città araba, se vi si trovava un uomo capace di ascoltare e una donna a cui fosse permesso parlare.

Capitolo trentaseiesimo: La cartoleria chiusa

Il dodicesimo giorno Rasha decise di andare alla cartoleria.
Non lo disse a nessuno. Si mise il cappotto e scese in strada, camminando tra case che conosceva pietra per pietra, fino all’angolo che da undici anni attraversava soltanto in memoria. La cartoleria era com’era apparsa dall’auto il giorno dell’arrivo: la saracinesca arrugginita, l’insegna sbiadita, il vetro impolverato.
Si fermò davanti. Non aveva uno scopo. Voleva soltanto restare lì.
— Cerca qualcosa?
Si voltò. Un uomo di quarantaquattro anni era sulla porta accanto, giacca blu, i capelli brizzolati alle tempie, una chiave in mano. Lo fissò, poi disse con una voce che non conosceva:
— Fadi?
— Rasha.
Non disse «professoressa» come nei messaggi. Lo disse col nome nudo, come se non fosse più all’inizio di niente.
— Che ci fai qui?
— Sono tornato da due giorni. Vendo la bottega. Il vicino l’ha comprata a poco prezzo. Oggi ho preso le chiavi.
— Io… passavo.
— Ti ho vista dalla finestra. Stai lì da dieci minuti.
— Non me ne sono accorta.
Sorrise.
— Vuoi entrare?
— Si può?
— È l’ultimo giorno.
Sollevò piano la saracinesca, che salì con un lungo cigolio. Il locale era piccolo, vuoto, con soltanto scaffali di legno, segni di penne e vecchi fogli per terra. Entrarono.
Fadi si fermò in mezzo a guardarsi intorno.
— Non è cambiato niente. Ed è cambiato tutto.
— Come stai?
— Bene. Mi sono sposato sette anni fa. Ho due figli.
— Come si chiamano?
— Anas e Kinan.
— Bellissimi.
— E tu?
— Non mi sono sposata.
— Lo so. Mia sorella mi ha scritto da qui. Ha detto che insegni in Germania.
— Insegno all’università.
— Brava.
Tacquero. Nel silenzio non c’era ostilità né grande rimpianto. Era il silenzio di chi sta davanti a un fiume che è tornato nel suo letto dopo una lunga siccità.
— Rasha, disse infine. Hai sopportato?
— Che cosa?
— Majed, i giorni. Dopo di me.
— E tu?
— Io sono partito. È stato più facile. Tu sei rimasta.
— Anch’io sono partita, due anni dopo. Ma prima sono rimasta in casa, e ho visto quello che ho visto.
Respirò.
— Sì. Ed è stato duro. Ma non voglio attribuire a nessuno la responsabilità di ciò che è successo, né a te né a Majed. Ci muovevamo tutti dentro pareti che non avevamo costruito.
— Io credevo che mi avresti odiato.
— Non ti ho odiato. Aspettavo di capire.
— E hai capito?
— In parte: che tu non avevi fatto niente di sbagliato, che non l’avevo fatto io, e che era il mondo a non essere pronto.
Fadi aprì la tasca della giacca e tirò fuori un piccolo foglio piegato.
— Questo è per te.
— Cos’è?
— L’ultimo messaggio. L’ho ricopiato a mano dopo che ti spezzarono il telefono. L’ho tenuto, e pensavo di dartelo un giorno, e non sapevo come.
Lo prese con la mano tremante e lo aprì.
«Non so cosa sei per me. So che ho cominciato ad aspettare la sera.»
Lesse la frase, poi la rilesse. In quel momento nei suoi occhi non c’era nostalgia. C’era qualcosa di più strano e più quieto: gratitudine, perché qualcuno aveva pensato a lei in quel modo, anche se la cosa non si era compiuta.
— Grazie.
— E io mi scuso.
— Di che cosa?
— Di non aver combattuto di più.
— Non potevi.
— Forse. Ma a volte penso: se avessi avuto i soldi per un appartamento, o se fossi stato senza sorelle, come sarebbero andate le cose.
— Non lo sappiamo.
— E non siamo tenuti a saperlo.
Sorrise.
— È una frase che ritorna molto nella mia vita in questi giorni.
Rimasero un poco nella bottega silenziosa. Poi lui disse:
— Ho saputo che tua madre è malata.
— Sì.
— Salutala. E dille che mi scuso per la mia assenza.
— Le farà piacere.
— E se vuoi restare in contatto, come amici…
— No.
Lo disse con dolcezza.
— Perché?
— Perché non voglio aprire una porta che potrebbe far male a tua moglie o a me. E perché certe storie si chiudono bene se non cerchiamo di allungarle.
Annuì.
— Capisco.
— Ma sono contenta che tu abbia detto ciò che hai detto.
Tese la mano, lui gliela strinse. Uscì dalla bottega nella luce d’inverno con il foglio in tasca.
Camminò per la strada stretta pensando che non sempre si arriva a ciò che si vuole. Ma a volte si arriva a ciò di cui si ha bisogno: sentirsi dire, dopo anni, che qualcosa era stato vero.

Capitolo trentasettesimo: La strada del cimitero

Sapeva che era l’ultima notte.
Non perché l’avesse detto a qualcuno, ma perché qualcosa nel suo corpo si era fatto leggero, come in preparazione a un viaggio. La madre di Majed era distesa a occhi aperti, nella stanza c’era la luce di una piccola lampada e nell’aria l’odore dei fiori portati da Abu Nabil.
Dentro di lei due voci dialogavano, come dialoga ogni essere umano nella sua ultima notte. La prima chiese: hai paura? E lei disse: no. Neanche un po’? Un poco. Di cosa? Di non aver detto abbastanza. A chi? A Hanan, a Rasha, a Majed. E cosa non hai detto? Che li amo.
L’hai detto, rispose la voce. No, disse lei, ho detto cose che le somigliavano: «Hai mangiato?», «Perché sei stanca?», «Mettiti il cappotto». Ma la frase non l’ho detta. E perché? Perché nella nostra casa non è mai stata detta. E perché non è mai stata detta? Perché mia madre non l’ha detta a me.
Rise con una voce debole. Una catena di silenzio: ogni madre consegna alla figlia il suo silenzio come si consegna un anello.
Chiuse gli occhi. E si chiese se fosse una traditrice, verso suo marito, perché anche in quella notte pensava a Salim. E le faceva male? No. E faceva male a lui? È morto. E faceva male al padre di Majed? Morto anche lui. Dunque non fa male a nessuno. Ma si vergogna. Perché? Perché è una donna di settantaquattro anni e pensa all’amore. L’amore conosce l’età? No. E la conosce Dio? Non credo.
Nella stanza c’era un bel silenzio. Pensò ad Abu Nabil e al bussare che aspettava ogni sera. Non l’aveva mai toccata più di una mano sulla mano. Ma un tocco simile bastava a ridarle un sentimento dimenticato: che qualcuno la vedeva. E se gli dicesse stanotte che lo ama? Non può. Perché? Perché è tardi. E il tempo lo impedisce? No. Allora perché ha paura? Perché non l’ha mai fatto.
Sentì passi nel corridoio e un leggero bussare alla porta d’ingresso. Era lui. Non l’aspettava a quell’ora.
— Umm Majed? sussurrò da dietro la porta. Passavo soltanto. Stai bene?
Sorrise.
— Entra.
Entrò con la camicia bianca e in mano un sacchetto d’uva, e si sedette accanto al letto.
— Non hai dormito.
— No.
— Ti serve qualcosa?
— Devo dirti una cosa.
— Dimmi.
— Non so come.
— Comincia da dove vuoi.
Lo guardò, il viso buono e stanco, la mano che lui aveva allungato lentamente verso la sua.
— Grazie.
— Di cosa?
— Di essere venuto ogni sera.
— Sono io che ringrazio te.
— Perché?
— Perché prima di venire qui non aspettavo niente.
Nessuno dei due disse la parola amore. Ma le mani restarono intrecciate nella luce fioca, e la notte passava leggera su di loro come una coperta. E quando Abu Nabil si addormentò sulla sedia tenendole la mano, lei guardò il soffitto.
— Hai sentito? chiese alla voce. L’ho detto.
— Non l’hai detto.
— No. Ma l’ho sentito.
— E basta?
— Sì.
Posò la testa sul cuscino a occhi socchiusi. Non aveva paura. Aspettava soltanto, come una donna aspetta un treno che sa che arriverà.
All’alba Abu Nabil lasciò piano la sua mano e tornò a casa.
Poi la nonna morì in una notte in cui cominciò a piovere, prima che si svegliasse qualcuno.
Non fu una morte tragica. Aveva vissuto settantaquattro anni, e pochi giorni prima era tornata al suo posto preferito, aveva mangiato i datteri che piacevano ad Abu Nabil e aveva ascoltato Rasha leggerle da un vecchio libro. La mattina Suha la trovò quieta sul letto, le mani sul petto e il viso riposato come quello di una bambina addormentata.
Piansero tutti. Perfino Majed, che non piange, si sedette sul bordo del letto e si prese la testa fra le mani e pianse, come aveva pianto a venticinque anni il giorno in cui era morto suo padre.
La sera vennero i vicini e i parenti. Gli uomini si riunirono nel grande salotto e le donne nella stanza interna, secondo l’usanza. La mattina dopo venne lo sheikh a organizzare il funerale.
— Usciremo dopo mezzogiorno, disse. Gli uomini al cimitero, le donne in casa.
— Io voglio venire, disse Hanan.
Tutti si voltarono verso di lei.
— Non è nostra usanza che le donne vadano al cimitero, disse uno zio.
— Lo so.
— È una tradizione.
— Lo so. Ma è mia madre. Ho vissuto vent’anni lontano da lei. E non voglio salutarla da dietro un muro.
Calò un silenzio pesante. Lo sheikh guardò Majed.
Majed era in piedi nell’angolo e il suo volto non si lasciava leggere. Guardò la sorella, poi lo sheikh, poi il pavimento.
— Sheikh, disse infine, io non emano sentenze. Ma so che mia madre non ha mai detto di vietarlo alle sue figlie. E io non lo vieterò a mia sorella.
— Ma la gente…
— La gente non mi riguarda.
Majed non l’aveva mai detto prima, né in un’età di rabbia, né di paura, né d’onore.
— Guido io la macchina. E verranno Hanan, Laila e Rasha. Non entreranno nel cimitero se la tradizione non vuole, ma staranno al cancello. E la saluteremo insieme.
— È questo che vuoi? chiese lo sheikh, imbarazzato.
— È ciò che mi sembra giusto.
Nel primo pomeriggio, dopo la preghiera, la salma fu portata sulle mani degli uomini, e le donne seguirono a breve distanza: Hanan davanti, con accanto Laila e Rasha, Suha dietro, e Sama che teneva loro la mano. Alcuni vicini cominciarono a bisbigliare, ma nessuno si oppose.
Al cancello del cimitero si fermarono, come avevano concordato. Gli uomini entrarono e portarono il feretro verso la fossa, e le donne rimasero alla ringhiera di ferro.
Hanan stringeva le sbarre con le mani e guardava da lontano. Vide il luogo dove aveva giocato da bambina, la terra rossa, gli alberi tagliati, e vide il fratello chinarsi e gettare lui stesso la terra.
Sul lato opposto stava un uomo magro con un vecchio cappotto e un fazzoletto bianco in mano. Era Abu Nabil. Nessuno gli si avvicinava. Stava solo, le spalle curve, le lacrime che scendevano senza suono.
Majed lo vide da lontano. Lasciò la terra e si avviò lentamente verso di lui, nel silenzio della gente. Arrivato, si fermò un istante davanti a lui. Non disse niente. Poi tese la mano e gliela strinse, e le loro mani rimasero a lungo congiunte. Abu Nabil sussurrò qualcosa che nessuno udì, Majed annuì, lo prese per il braccio, e insieme andarono verso la tomba.
Fu la cosa più eloquente di quel giorno: che un uomo avesse deciso di non lasciare un altro uomo solo nel suo dolore, perché il dolore non conosce età né rango né il permesso della società.
Dopo la sepoltura, quando gli uomini tornarono a casa, Hanan restò ferma al cancello del cimitero.
— Mamma, disse Laila. Andiamo.
— Un momento.
— Vuoi qualcosa?
— Voglio ricordare questo posto.
— Torneremo.
— Sì. Ma non tornerò più con la paura.
Guardò la terra rossa e sussurrò con una voce che nessuno udì tranne lei:
— Grazie, mamma. Per tutto ciò che hai detto. E per tutto ciò che non hai detto.

Capitolo trentottesimo: Una lettera sotto il cuscino

L’ultimo giorno, mentre Hanan raccoglieva i vestiti nella piccola stanza, Suha entrò con passo esitante.
— Umm Laila…
— Sì?
— Ho trovato questo sotto il cuscino della Hajja.
Le porse una busta vecchia su cui era scritto con mano tremante: «Per Hanan».
Hanan la prese con le mani pesanti.
— Quando l’ha scritta?
— Non lo so. Ma due settimane fa mi chiese carta e penna.
Hanan si sedette sul letto e aprì la busta. Il foglio era una pagina sola, con una scrittura sinuosa e frasi brevi:
«Hanan, figlia mia,
se leggi questo, io sono già in pace.
Non ti chiedo di perdonarmi, perché non so se lo merito. Ti chiedo di vivere. Tutto ciò che io non ho potuto fare, fallo tu, e non aspettare il permesso di nessuno.
E di’ a Laila che sua nonna le ha voluto più bene di quanto sia riuscita a dire. E di’ a Rasha che gli uccellini non hanno bisogno di una gabbia per essere amati. E di’ a Majed che è un buon figlio, e che la paura non è una colpa, ma la colpa è trasmetterla.
E salutami Samir. È un uomo buono. Ma voglio che tu sia sicura che la sua bontà non basta se non impara ad ascoltare.
Tua madre.»
Hanan la lesse due volte. Poi si posò il foglio sul petto e pianse in silenzio.
All’aeroporto Majed le stava accanto, e nei suoi occhi c’era ciò che non si dice.
— Hanan.
— Sì.
— Tornerai?
— Sì. Magari d’estate.
— Ti aspetteremo.
— Anche Suha?
— Suha. E Sama. E chi vuoi tu.
Gli toccò il braccio.
— Majed, non sei più l’uomo che eri dieci anni fa.
— Ho ancora paura.
— Ma hai imparato a non farne una legge.
Non rispose. Si limitò ad abbracciarla, un abbraccio breve in cui non usò parole.
Poi, mentre l’aereo saliva nella notte fredda, Hanan appoggiò di nuovo la testa al finestrino, ma stavolta non tremava. Laila sedeva accanto a lei, e dietro di loro Rasha leggeva sorridendo un foglietto.
— Mamma, sussurrò Laila.
— Sì?
— Tornerai a vivere là un giorno?
— No.
— Perché?
— Perché non appartengo più a un luogo solo. Ma non ho più paura di nessun luogo.
— E io?
— Tu apparterrai dove proteggerai le persone.
Laila guardò dal finestrino il buio sotto di loro, dove brillava come un punto di luce una piccola città araba, e poi spariva. E pensò che i confini non sono linee tra i paesi. Sono linee dentro le case e dentro i petti, e che chi le cancella non le cancella con la forza, ma sedendosi insieme, domandando, ritracciandole un poco più larghe, finché c’è posto per tutti.
Il viaggio è finito, ma le domande continuano a camminare. Si può lasciare una città e tornarci vent’anni dopo e scoprire che la gente è meno dura di come l’avevamo immaginata, che le case chiuse hanno piccole finestre, che le madri nascondono sotto i cuscini ciò che non hanno saputo dire. E ciò che vorrei dire qui è semplice: il problema non è che una società sia aperta e un’altra chiusa. Il problema è che ognuno di noi pensa che il coraggio venga dall’altra parte. Il coraggio arriva quando un essere umano, in qualunque luogo, decide di sedersi davanti a sua figlia, a sua sorella, a sua madre, e le chiede: «Che cosa vuoi?», e poi ascolta la risposta.
Libro sesto: Le promesse
Ogni personaggio, nel buio, ha fatto a se stesso una promessa: «Domani lo dico». «Domani chiedo». «Domani non apro il messaggio».
Ma le promesse fatte di notte trovano al mattino qualcosa che non somiglia a loro: una luce dura, persone vere, un corpo che tradisce il piano. Il domani non arriva come promesso. Arriva più lento, o più strano, o più piccolo di come lo immaginavamo, e molto spesso più bello.
I capitoli di questo libro si muovono tra i tempi dei libri precedenti: ognuno parte da una promessa e va oltre, senza un rigido ordine cronologico. In queste pagine seguo le promesse: alcune si compiono, altre inciampano, altre cambiano lungo la strada e diventano qualcosa che non era previsto. Non giudicherò nessuno. Starò accanto a loro mentre ci provano.

Capitolo trentanovesimo: Sei stanca?

Ci vollero due mesi.
Samir non riusciva a pronunciare direttamente la frase. Passava per la cucina, apriva il frigorifero e lo richiudeva. Si sedeva davanti alla televisione e la spegneva. Prendeva la tazza e la rimetteva giù. È il modo di chi impara una lingua nuova a cinquant’anni: girare intorno alla parola come si gira intorno a uno stagno di cui non si conosce la profondità.
Una sera di maggio, dopo l’ottava seduta di consulenza familiare, si sedette accanto a Hanan sul divano e disse senza guardarla:
— Sei stanca oggi?
Alzò la testa dal libro.
— Cosa?
— Ho detto: sei stanca oggi?
Lo guardò. Aveva il viso arrossato e le mani intrecciate tra le ginocchia, come uno scolaro che aspetta il voto.
— Sì.
— Quanto?
— Molto.
— Perché?
— C’erano tante stanze. Nella 412 un ospite ubriaco ha rovesciato una bottiglia sul tappeto. E tu non me lo chiedevi da un mese.
— Te lo chiedo adesso.
— È vero.
Respirò profondamente.
— E tu? Lo chiedi a te stesso?
— Sei stanco?
— Sì.
— Quanto?
— Molto. La guida. Le strade. Il capo che fa pressione. E io…
Si fermò.
— E tu?
— E io volevo dirti una cosa da tempo.
— Dilla.
— Non so come.
— Come puoi.
— Io… mi sei mancata.
In principio non capì.
— Siamo nella stessa casa.
— Lo so. Ma mi è mancata Hanan, quella che non ho mai conosciuto. E ho paura di non farcela.
Passò un momento di silenzio. Poi rise, una risata piccola, breve, vera.
— Perché ridi?
— Perché ho paura come te.
— Tu?
— Sì. Da anni guardo il mio corpo e mi dico: cosa vuole qualcuno da questo?
— Io.
— Non dirlo per farmi un complimento.
— Non ti faccio complimenti. Non so farli.
Ed era vero. Risero insieme.
Quella sera non accadde niente di drammatico. Ma Samir posò la mano sulla sua con esitazione, come chi tocca un foglio che potrebbe bruciare, e lei non ritirò la mano.
Una settimana dopo, in una notte calma, spense la luce e disse:
— Posso avvicinarmi?
— Sì.
— Vuoi?
— Sì.
— E se qualcosa non ti piace?
— Lo dico.
Fu la cosa più strana in vent’anni: che un uomo chiedesse a sua moglie prima di toccarla. Che dicesse: «Ti va bene?». E ascoltasse la risposta. E qui l’autore si ferma a dire una cosa che non si dice nelle famiglie perbene: che la maggior parte dei coniugi che hanno dormito vent’anni nello stesso letto non ha mai parlato del letto, e i due corpi sono vissuti come vicini educati che non bussano alla porta.
Non fu facile. Ci fu imbarazzo, una risata improvvisa, silenzio, esitazione. Ci furono due corpi abituati a un’intimità senza dialogo che imparavano ora un dialogo senza intimità. A un certo punto Hanan sussurrò:
— Ho paura.
Si fermò.
— Di cosa?
— Non lo so. Come se avessi sedici anni.
— E io come se non sapessi niente.
— Non importa.
— Ci fermiamo?
— No. Solo… piano.
Andò piano. E nella sua lentezza c’era una sincerità che lei non gli conosceva, e una dolcezza che lui non sapeva di possedere.
Quando tutto finì rimasero distesi in silenzio nel buio.
— Era… giusto? chiese a bassa voce.
— Era diverso.
— È un bene?
— Sì.
— Davvero?
— Davvero.
Le prese la mano.
— Hanan, disse dopo un poco, non so se ti amo come dovrei. Ma so che voglio imparare.
— Anch’io.
— E se non ci riusciamo?
— Allora non ci riusciamo insieme.
Era una frase senza forza e senza romanticismo. Ma era la prima volta che la sentiva da lui, detta non come una sentenza ma come un patto. E si addormentò pensando che l’amore, dopo vent’anni, forse non arriva come uno slancio. Forse arriva come un permesso: che ciascuno consenta all’altro di avvicinarsi e di ritrarsi. E che tutto ciò che c’era stato prima era stato un preambolo.

Capitolo quarantesimo: Tutto

Laila sedeva sul divano, con Jonas di fronte e fra loro due tazze di tè che nessuno toccava.
Si era esercitata a parlare per tutto il giorno: in macchina, al centro, fra un fascicolo e l’altro. E ogni volta che cercava di abbreviare si diceva: «No. Tutto».
— Jonas, ti dirò ciò che nascondevo.
— Non sei obbligata.
— Lo sono. Lo voglio.
— D’accordo.
Respirò.
— Quando mi hai chiesto se volevo sposarti ho sentito di avere paura. Non di te. Di me stessa. Di poter dire «sì» perché tutti lo aspettano. E di non saper essere amata senza attendere l’inganno.
Il suo volto era fermo.
— A sedici anni mi è successo qualcosa. Lo sai. Marc. Ti ho detto che è finita, ed è vero. Ma ha lasciato qualcosa in me. Come se avessi un allarme che non smette mai. Ogni gentilezza diventa sospetta. E tu sei gentile. E sei stabile. E io aspetto ogni giorno che spunti l’altra faccia.
— E spunta?
— No.
— Ne soffri?
— Non lo so. Forse soffro perché non credo alla pace.
Jonas tacque. Nel silenzio cercava di capire, non di difendersi.
— Laila.
— Sì.
— Posso dire una cosa?
— Certo.
— Me ne ero accorto.
— Di cosa?
— Che aspetti. Ogni volta che ti tendo la mano con tenerezza vedo che per un attimo ti irrigidisci. Non lo mostri, ma lo vedo.
— E cosa hai fatto?
— Niente. Non volevo farti sentire osservata.
— Lo sapevi?
— Sì.
— Perché non me l’hai detto?
— Perché temevo di essere parte dei sintomi.
Rise tra le lacrime.
— Sei più intelligente di quanto pensassi.
— No. Ti amo e basta.
— È la frase più pericolosa.
— Perché?
— Perché adesso ci credo.
Le prese la mano.
— Laila, non ti chiedo una risposta stasera, né domani. Voglio solo restare.
— E se non potessi prometterti niente?
— Non chiedo promesse.
— E se restassi così?
— Così come?
— Impaurita.
— Io resto quando hai paura.
— E se avessi paura sempre?
— Allora abbiamo paura insieme. E della paura qualcosa so.
— Cosa?
— Che ne ho avuta da quando ho sedici anni, quando ti aspettavo sulla scalinata del tribunale. E mi dicevo: e se mi odia? E se non mi guarda più?
— E io ti ho guardato.
— Mi hai guardato.
Sorrisero.
— Allora non dico «sì» adesso, disse Laila. E non dico «no». Dico: «non ancora».
— È una risposta completa.
— Davvero?
— Certo. Preferisco un «non ancora» sincero a un «sì» impaurito.
Allungò la mano e gli toccò il viso.
— Sai cosa mi sorprende?
— Cosa?
— Che mentre ti dicevo tutto questo non ho provato vergogna. Credevo che l’avrei provata.
— Perché non c’è nulla di cui vergognarsi.
— No. Ma mi hanno insegnato così.
— Chi?
— Tutto: il silenzio, le esperienze. E io ora insegno alle ragazze il contrario e non l’avevo applicato a me.
— E l’hai appena fatto.
— Sì. Proprio adesso.
Appoggiò la testa sulla sua spalla. In quel momento tra loro non c’era promessa né anello né data. C’era qualcosa di più prezioso: che ciascuno sapesse di poter avere paura in presenza dell’altro senza essere giudicato.
La mattina dopo Jonas preparò il tè come sempre, e non le chiese niente. Posò la tazza davanti a lei e disse:
— Buongiorno.
Laila guardò la tazza e poi lui, e pensò che ciò di cui aveva più bisogno era proprio questo: che il nuovo giorno restasse ordinario dopo che aveva detto la verità.

Capitolo quarantunesimo: Fuori dal contratto

Alle otto di sera Thomas era tornato da Shanghai.
La valigia grande accanto alla porta, il cappotto sulla sedia. Katrin, in cucina, preparava la cena e pensava che quella fosse la scena vista cento volte: un uomo che torna e una donna che cucina. Ma questa volta sarebbe cambiata.
— Sei stanco.
— Un po’.
— Mangiamo prima?
— Sì.
Mangiarono in silenzio, con piccoli discorsi sul tempo e sul viaggio a coprire il resto. Poi, quando tolse i piatti, lei disse:
— Thomas, devo dirti una cosa.
— Dimmi.
— Amo un uomo.
Il suo volto non si mosse.
— Lo so.
— Lo sai?
— Da tre mesi. La tazza che hai lasciato nel lavandino, e come guardi il telefono.
— Perché non l’hai detto?
— Perché il contratto dice: niente domande.
— È vero.
Tacquero.
— E tu? disse lei. Hai…
— Sì.
— Chi?
— Lian. Dell’ufficio di Shanghai. Da un anno.
Katrin rise di una strana risata.
— Dunque tutti e due?
— Pare.
— E non ci siamo detti niente.
— Siamo bravissimi nel silenzio.
Mise i piatti nel lavello e tornò al tavolo.
— Che ci sta succedendo?
— Non lo so.
— Avevamo convenuto che non avrebbe fatto male.
— E siamo bugiardi.
— Perché?
— Perché fa male. Io adesso sento qualcosa.
— Che cosa?
— Non so. Gelosia? Nostalgia? Paura?
— Anch’io.
Ed era questo il paradosso: due coniugi che avevano convenuto di non essere gelosi lo erano, dopo sette anni, nel momento della confessione. Come le nazioni che scrivono nella costituzione che non c’è paura e poi costruiscono le mura di notte.
— Katrin, disse Thomas dopo un silenzio, abbiamo sbagliato?
— Non lo so.
— Volevamo essere liberi. Pensavamo che libertà volesse dire non legarsi.
— E ci siamo riusciti.
— Ci siamo riusciti al punto da dimenticare di essere una coppia.
— Sì.
— Lo ami?
— Forse.
— Io amo lei. O credo.
— E allora?
— Allora non c’è errore. Ma non c’è matrimonio.
Era una frase dura, ma non inattesa. Sembrava caduta da un soffitto antico che nessuno aveva sentito incrinarsi.
— Ci separiamo? chiese lei.
— Non so. Vuoi?
— Non so.
— Pensiamoci.
— Sì.
Le posò la mano sulla sua. Non era il tocco di due amanti, ma di due compagni che hanno fatto insieme un lungo viaggio e non sapevano che fosse finito.
— Sai cosa mi fa male? disse. Che non voglio perderti. E non voglio restare.
— Anch’io.
— È possibile?
— Forse è questo l’amore: non voler fare del male e non voler restare.
— E che nome ha?
— Amicizia.
— Più forte del matrimonio?
— A volte.
Pianse. Non se lo aspettava. Aveva quella terza colonna nel quaderno: «Ciò che temo», e non vi aveva scritto questo: che avrebbe pianto per un matrimonio che non sapeva di amare.
— Non pensavo di piangere.
— Nemmeno io.
E pianse anche lui, in silenzio, dopo sette anni di accordo che nessuno piangesse.
Un’ora dopo, quando entrambi si furono calmati, sedettero sul divano.
— Domani chiamiamo l’avvocato?
— No. Fra una settimana.
— Perché?
— Perché voglio darmi una settimana per soffrire.
— La condividerò con te.
— Grazie.
Di notte, quando Thomas andò per la prima volta in sette anni nella stanza degli ospiti, Katrin si sedette sul letto e aprì il quaderno nero. Scrisse sotto la prima colonna, «Ciò che ho»: «Thomas. Il mio amico». Sotto la seconda, «Ciò che voglio»: «Amare senza maschere». Sotto la terza, «Ciò che temo»: «Niente, adesso. O tutto. Non fa differenza».
Chiuse il quaderno, guardò il buio e disse a bassa voce:
— Va bene, Karim. Sto arrivando. Piano. Ma sto arrivando.

Capitolo quarantaduesimo: L’ultimo messaggio

Alla quarta settimana Salma aprì il messaggio.
Non l’aveva deciso. Il telefono era sul comodino, Yamen era all’asilo, il centro era quieto, e nella stanza accanto una donna piangeva come sempre. Guardò lo schermo: «Bassam: 67 messaggi». E posò il dito sull’ultimo.
«Sono uscito dall’ospedale. Ero al pronto soccorso. Non ce la faccio più. Andrò a casa di mio fratello, al sud, e ti scriverò soltanto una volta: mi dispiace. E ti amo. E voglio vedere Yamen prima di partire. Mezz’ora in un caffè pubblico, davanti alla gente. Ti prego.»
Lo lesse due volte. Il cuore le batteva forte.
Non andare, disse una voce. Ma è in ospedale. Forse. E forse ha cercato di… E forse no. E io? Tu non sei la responsabile. E se muore? E se non muore? Si sedette sul letto e non pianse. Tremò.
Un’ora dopo, quando la signora Kohl tornò dalla riunione, la trovò seduta nel corridoio.
— Salma?
— Ho aperto il messaggio.
— Lo so.
— Come?
— Perché di solito non siedi qui.
Si sedette accanto a lei.
— Vuoi parlarmene?
— Sì. È in ospedale. E vuole vedere Yamen.
— Hai verificato?
— No.
— Verifichiamo.
La signora Kohl telefonò all’ospedale e dopo dieci minuti tornò.
— Nessuno entrato con quel nome.
— Ma lui…
— Non significa niente. Non so se mente, se esagera o se si nasconde. Quel che conta: vuoi incontrarlo?
— Io… ho paura.
— Di cosa?
— Di volerlo.
— E di quello?
— Che se lo vedo, tornerò.
— È la cosa più sincera che hai detto finora.
Tacquero.
— Nessuno te lo impedisce, disse la signora Kohl. Ma se vuoi organizziamo un incontro con delle condizioni: io sono con te. In un luogo pubblico. Mezz’ora. Senza Yamen. E se senti qualcosa, ce ne andiamo.
— E se piange?
— Vedremo.
— E se…
— Salma, non hai bisogno di essere perfetta. Hai bisogno solo di essere presente.
Così andarono.
Il caffè era piccolo, e Bassam sedeva in un angolo, magro e pallido, con occhi stanchi. Vide Salma, si alzò e si risedette.
— Grazie di essere venuta.
— Non sono venuta per te.
— Lo so.
— Che vuoi?
— Vederti. Scusarmi.
— Dì.
— Mi dispiace. Sono stato… sono malato, Salma. Ora lo so. Sono andato da un medico. Dice che ho un problema con la rabbia. E mi curerò.
— Bene.
— Mi perdoni?
Tacque. Era il momento che temeva: che facesse la domanda con tono morbido e occhi umidi, e che dentro di sé trovasse la voce dell’innamorata sussurrare: «Dì di sì». Ma questa volta sentì anche l’altra voce, un po’ più alta.
— Non ti perdono adesso.
— Perché?
— Perché non so se sei sincero. E se lo sei, non vuol dire che tornerò.
— Non chiedo che tu torni.
— Lo chiedi. In modo gentile.
— No…
— Bassam, disse con una calma che non conosceva in sé, tu dici: «Sono malato», e questa frase mette la responsabilità su di me perché abbia pazienza. E io non porto più nessuno.
— Ma io ti amo.
— E io ti ho amato. E ti dico la verità: non so se fosse amore. So solo di aver imparato a sopportare e di aver chiamato amore la sopportazione.
Il suo volto cambiava.
— Vuoi che sparisca?
— Non voglio che tu sparisca. Voglio che ti curi, che paghi gli alimenti di Yamen e che lo veda quando lo deciderò io e quando lo deciderà la legge.
— E tu?
— Io vivrò.
— Da sola?
— Sì.
La mano gli tremò sul tavolo.
— E se non potessi vivere senza di te?
— Non sta a me.
Lo disse senza durezza, come chi posa a terra una cosa pesante. E si alzò.
— Salma…
— Addio, Bassam.
Andò alla porta, e dietro di lei la signora Kohl con passi tranquilli. In strada, sul marciapiede, le tremarono le ginocchia e si lasciò cadere su una panchina.
— Ho fatto bene?
— Non so se esista il «bene». Ma hai fatto ciò che hai potuto.
— Stavo quasi…
— Stavi quasi, e non l’hai fatto.
Pianse. Non pianse per Bassam. Pianse per gli anni, e per la donna che si era abituata a dimenticare se stessa.
— Sarò triste per sempre?
— Non per sempre. Ma la tristezza fa parte della libertà.
— Non lo sapevo.
— Nessuno ce lo dice.
Si asciugò il viso.
— Voglio tornare da Yamen.
— Andiamo.
Sulla strada verso l’asilo Salma pensò che il confine giusto non si traccia una volta sola. Si traccia ogni giorno daccapo, e a volte si cancella e poi si ritraccia, e questo non vuol dire che sia debole. Vuol dire che è vivo.

Capitolo quarantatreesimo: Non rispondere

Tarek venne allo studio un martedì mattina.
Dina aveva appena finito con un paziente e, durante una breve pausa, beveva il caffè. Entrò l’assistente e disse:
— Dottoressa, c’è un uomo in sala d’attesa. Dice che non ha bisogno di appuntamento.
Capì chi fosse. Erano passati due mesi dall’ultima volta che aveva risposto ai suoi messaggi. Ne aveva scritti duecento, aveva mandato fiori, aveva telefonato da numeri diversi, aveva aspettato due volte davanti alla porta di casa.
— Gli dica che sono occupata.
— Ha detto che aspetterà.
— Allora si sieda.
Riprese il lavoro, sapendo che le mani si muovevano con una precisione strana, come di ferro. Due ore dopo, finiti gli appuntamenti, lui era davanti a lei nella sala visite. Elegante come sempre, in camicia bianca, gli occhi un poco arrossati.
— Dina.
— Che vuoi?
— Vederti. Chiarire.
— Ti ho detto che ho bisogno di tempo.
— Due mesi sono abbastanza.
— No.
— Non capisco. Che cosa ho fatto?
— Niente.
— E allora?
— È questo: non hai fatto niente di preciso. Ma tutto ciò che hai fatto mi ha fatto soffocare.
— Ti amo.
— E ti credo. Ma il tuo amore preme.
— È un’accusa.
— È una descrizione.
Il suo volto si indurì.
— Sei malata. Ti fai influenzare da chi ti sta intorno: dalla tua amica, dalla tua dottoressa. Vogliono che mi lasci.
— Nessuno vuole niente.
— Sì che vogliono. E tu sei debole.
Era il punto contro cui l’aveva messa in guardia la dottoressa Weiss: il momento in cui l’amore si fa giudizio. E in quel preciso momento, chi non conosce che il possesso gioca la sua carta più forte: ti rende debole perché lo hai rifiutato, così il tuo rifiuto diventa prova della tua malattia e non del tuo diritto.
— Tarek, disse con voce ferma, voglio che tu vada via.
— E se non vado?
— Chiamo la sicurezza.
— Non lo fai.
— Lo faccio.
— Non ci credo.
— Non mi interessa che tu ci creda.
Prese il telefono e premette un tasto. Dalla porta entrò un uomo della sicurezza, alto e tranquillo.
— C’è un problema, dottoressa?
— Questo signore vuole andarsene.
Tarek la guardò a lungo. Negli occhi gli passò qualcosa come un dolore vero. Poi disse:
— Te ne pentirai.
— Può darsi.
— Non troverai nessuno che ti ami come me.
— Lo so.
— E allora?
— E allora non troverò. E vivrò.
Se ne andò.
Dina rimase in piedi nella stanza, l’aria che le tremava intorno. E chiamò Nadine:
— L’ho fatto.
— Cosa?
— L’ho cacciato.
— Come ti senti?
— Strano. Come se la vita si fosse fermata.
— È il vuoto. Passerà.
— E cosa ne faccio?
— Niente. Lascialo stare.
La sera, a casa, le squillò il telefono. Lukas.
— Dina?
— Sì.
— Non voglio niente. Ho solo sentito nel palazzo che oggi è passato un uomo. Stai bene?
— Come lo sai?
— Le notizie girano nel palazzo. Scusa se mi intrometto.
— No. Non ti intrometti.
— Ti serve qualcosa?
— Non so.
— Va bene. Io ci sono.
E chiuse. Fu tutto. Non chiese di più, non disse «vengo», non si offrì di accompagnarla né di controllare. Ma Dina si sedette sul divano e a un tratto pianse. Non per Tarek. Pianse perché aveva capito all’improvviso una cosa: che la tenerezza non ha bisogno di insistere, e che quel «ci sono» detto da Lukas e seguito dal silenzio era più sincero di cento messaggi appassionati.
Due settimane dopo accettò il suo invito a cena. Non accadde niente. Mangiarono e parlarono di denti, di viaggi e di sua madre malata. Quando finirono si fermarono davanti al ristorante sotto la pioggia.
— Ti accompagno?
— No. Vado a piedi.
— Va bene.
— Lukas.
— Sì?
— Non ho sentito il tremito.
— Lo so.
— E ti disturba?
— No. Mi piace sapere la verità.
— E cosa pensi?
— Che il tremito a volte arriva dopo la sicurezza, non prima.
— Lo dici per tranquillizzarmi?
— Lo dico perché l’ho provato.
Sorrise.
— E allora?
— Allora mangiamo un’altra volta?
— Non ancora.
— Ed è una frase completa.
— Lo so.
Camminò sotto la pioggia da sola. L’acqua le bagnava il viso, e pensava alla bambina dentro di lei. Quella sera era silenziosa: non chiedeva, non aspettava. Dormiva.

Capitolo quarantaquattresimo: Mia madre

Omar decise di dirlo a sua madre una mattina di venerdì.
Non c’era un motivo per quel giorno. Era soltanto il giorno in cui di solito lei telefonava, con una voce che portava l’odore del pane e il rumore lontano della cucina. Ma si era svegliato prima dell’alba, si era seduto per terra davanti alla finestra e si era detto: «Oggi».
Clara gli aveva promesso di passare a trovarlo in mattinata. Non le aveva detto della sua decisione. Voleva farlo da solo.
Alle dieci squillò il telefono.
— Pronto, mamma.
— Buongiorno, amore mio. Come stai?
— Bene. Sei sola?
— Sì. Tuo padre è in moschea e tua sorella a scuola.
— Bene.
— Che hai? Hai una voce strana.
— Voglio dirti una cosa.
— Dimmi.
Il cuore gli batteva forte. Teneva il telefono con le mani bagnate.
— Io… io non potrò fare ciò che vi aspettate da me.
— Che vuoi dire?
— Non sposerò la ragazza che avete in mente per me.
Silenzio.
— Perché?
— Perché… ho amato una ragazza qui. Si chiama Clara. Non è musulmana.
Sentì il suo respiro. Poi un silenzio così lungo che credette fosse caduta la linea.
— Mamma?
— Sono qui.
— Mi hai sentito?
— Ti ho sentito.
— Mamma, dì qualcosa.
— Non so cosa dire.
— Qualsiasi cosa.
— Io…
Si fermò.
— Io non capisco. Non so cosa dire. Nella nostra famiglia non è mai successo. Nel nostro paese non se ne parla.
— Lo so.
— E tuo padre?
— Non lo sa nessuno tranne te.
— E questa ragazza?
— Si chiama Clara. È tedesca. È buona, mamma. Si prende cura di me.
— Sei arrabbiata?
— No.
— Triste?
— Sì.
— Perché ti ho deluso?
— No.
— Perché?
— Perché ho paura per te.
Qualcosa si spezzò nella sua voce.
— Paura?
— Sì. Della gente. Di tuo padre. Del domani. Non so. Di tutto.
— Non volevo farti del male.
— Lo so. Tu non fai male a nessuno. Sei mio figlio.
Tacque. Era la prima volta che sentiva quella frase: senza «ma», senza «tuttavia».
— Mamma, anch’io ho paura.
— Lo so. Da quando eri piccolo. Nascondevi delle cose, e io ti guardavo e sapevo che avevi un sasso nel petto, e non chiedevo.
— Perché?
— Perché temevo la risposta.
— E io temevo di dirla.
— Abbiamo tutti paura, Omar. Non so cosa farò. Non so cosa dirò a tuo padre. Non so cosa dirò a me stessa. Ma so una cosa sola: non ti abbandonerò.
Piangeva senza voce.
— Grazie.
— Non ringraziarmi. Sono tua madre.
— E se papà si arrabbia?
— Allora gli dirò che sono tua madre e che non dimenticherò.
— E se…
— Omar, ascoltami. Non ti prometto che capirò. Né che approverò. Ma ti prometto che proverò. E che la mia porta è aperta.
— E la nostra casa?
— Non lo so.
— E mia sorella?
— Le parlerò io quando sarà il momento.
— E adesso cosa faccio?
— Ciò che fai: studi, mangi, dormi. E non avere fretta.
— Preghi per me?
— Ogni giorno.
— E cosa dici?
— Dico: Signore, proteggi mio figlio.
— Solo questo?
— È tutto ciò che so.
Tacquero. Poi lei disse con voce più bassa:
— È buona questa ragazza?
— Sì.
— Ti vuole bene?
— Sì.
— E tu gliene vuoi?
— Sì.
— Allora…
Non finì. Ma lui sentì il resto nel silenzio.
Dopo la telefonata rimase seduto per terra, e la luce aveva riempito la stanza. Poi bussarono alla porta ed entrò Clara con i capelli arruffati, in mano due tazze e un sacchetto di pane.
— Buongiorno.
— Ciao.
— Stai bene?
— Sì.
— Era tua madre?
— Sì.
— E cosa ha detto?
— Ha detto: «Sei mio figlio».
Clara si sedette accanto a lui e gli porse la tazza di caffè. Non disse niente. Posò la spalla sulla sua.
Due settimane dopo il padre mandò un breve messaggio senza saluti: «Tua madre mi ha detto. Non voglio parlarne adesso». Poi nessuno telefonò più. E Omar non sapeva come sarebbe finita. Forse il padre sarebbe tornato un giorno, forse no. Forse il silenzio sarebbe rimasto. Ma sapeva che il silenzio non è sempre un muro. A volte è uno spazio di cui le anime hanno bisogno per imparare.
Un altro venerdì gli squillò il telefono. Era sua madre.
— Pronto, amore.
— Pronto, mamma.
— Hai mangiato?
— Ho mangiato.
— E Clara?
— Ha mangiato.
— Dille che la saluto.
Rise tra le lacrime.
— Glielo dico.
All’altro capo del filo, in una piccola casa di Damasco, una madre sorrise guardando il muro, pensando che a volte essere madre è dire ciò che non si capisce, perché si ama.

Capitolo quarantacinquesimo: Una mano sulla spalla

Il tribunale fissò l’udienza a novembre.
Svenja si era preparata per due mesi. Aveva incontrato la giovane avvocata tre volte, aveva letto il suo fascicolo ad alta voce finché nelle parole non c’era più niente che le spaventasse. La notte prima dormì a fatica e si svegliò alle cinque, a contare le luci sul soffitto.
— Vuoi che venga con te? le chiese Hanan.
— Non voglio disturbarti.
— Sono io che te lo chiedo.
— Lavori.
— Ho preso un permesso.
Svenja la guardò a lungo, poi disse:
— Grazie.
In aula Hanan sedette all’ultima fila, in abito scuro, la mano sulla borsa. E vide Hoffmann da lontano. Indossava un completo grigio e stava seduto dritto, con il volto di un uomo che crede di uscirne com’è entrato.
Quando fu chiamata, Svenja si alzò. Non lo guardò. Guardò la giudice e disse con voce chiara, in tedesco, quello che era accaduto. Non aggiunse e non tolse. E quando l’avvocato della controparte le chiese: «Perché non disse niente allora?», rispose:
— Perché credevo che il silenzio fosse gentilezza.
— E lo era?
— No. Era paura.
Uscì dall’aula dopo due ore con le ginocchia che tremavano e si sedette su una panca del corridoio.
— Sei stata forte, disse Hanan.
— No. Tremavo.
— La forza è tremare e parlare.
Svenja sorrise debolmente.
La decisione arrivò due settimane dopo: un’ammenda, una pena sospesa, un risarcimento e il divieto di lavorare nell’ospitalità per cinque anni. Non bastava, come disse l’avvocata, ma era scritto.
Un mese dopo, in una sera normale, Svenja andò in un locale con dei colleghi dell’albergo. Sedette nell’angolo a bere un succo e a ridere con Omar, guardandosi intorno. All’improvviso un uomo le posò la mano sulla spalla da dietro e disse allegro:
— Scusa, sei Svenja? Io ero…
Non sentì il resto. Balzò dal posto, gli spinse via la mano con violenza e indietreggiò finché non urtò il muro. Il cuore le martellava nelle orecchie e il respiro le si restringeva.
— Scusa! disse l’uomo spaventato. Non volevo…
— Non c’è problema, sussurrò Omar avvicinandosi. È un vecchio collega. Non voleva niente.
— Lo so, disse con voce roca. Lo so.
E corse fuori.
Rimase in strada nel freddo, ansimando, cercando di ricordare come respira un essere umano. Ed è qui che chi si occupa delle vittime impara una lezione che nei tribunali non si insegna: che la giustizia può pronunciare la sua sentenza in un giorno, ma il corpo continua per anni a ricevere la decisione.
— Svenja.
Si voltò. Era Hanan, venuta a prendere il cappotto.
— Cosa mi è successo?
— Il tuo corpo ha ricordato.
— Ma era soltanto…
— Lo so.
— Sono stupida.
— No.
— Sono passati mesi. Credevo di stare bene.
— Stai bene. E il tuo corpo sta ancora imparando che stai bene.
Tese lentamente la mano e chiese:
— Posso metterti la mano sulla spalla?
Svenja la guardò. Era questa la differenza. Non l’aveva sorpresa. Le aveva chiesto.
— Sì.
Hanan le posò la mano sulla spalla. Era calda, un po’ pesante, stabile. In quei secondi Svenja respirò.
— Passa?
— Non in fretta. Ma passa. E c’è chi aiuta: una psicoterapeuta, un gruppo. Conosco dei posti.
— E tu? Hai vissuto qualcosa del genere?
— Non esattamente. Ma ho imparato che il corpo conserva ciò che non diciamo.
— E cosa fai?
— Parlo. E chiedo un tocco quando ne ho bisogno. E lo rifiuto quando non lo voglio.
— Voglio imparare anch’io.
— Imparerai.
Rimasero un poco sotto la luce di un lampione. Quando Svenja rientrò, l’uomo si era scusato di nuovo, e lei gli disse: «Non c’è problema. Sto bene. Grazie di aver chiesto scusa». Fu la cosa più difficile che avesse fatto in vita sua, e dopo la più facile.
Quella notte scrisse una sola frase sul quaderno: «La paura può tornare. E questo non cancella ciò che ho fatto».

Capitolo quarantaseiesimo: L’albero di noce

Nel villaggio romeno il mattino comincia con il suono di un campanaccio.
Non quello della chiesa, ma quello del gregge di capre che passa alle sei sotto la finestra di Anca. Nei primi giorni dopo il ritorno quel suono la svegliava e lei si metteva a sedere spaventata. Poi aveva cominciato a riportarla sulla terra.
Aveva ventisei anni adesso. Abitava con la madre nella vecchia casa sotto la collina, in una stanza piccola e pulita con un letto in cui non dormiva nessun altro. Nel villaggio nessuno sapeva tutto ciò che era accaduto. La madre ne sapeva una parte, il fratello meno. Il resto era silenzio, che non si dice perché nessuno sa come.
— Vai a scuola, oggi? le chiese la madre.
— Sì.
— Ti preparo un panino?
— No. Mangio lì.
Si era iscritta a un corso di infermieristica nella città vicina, due giorni a settimana. Sedeva in classe tra ragazze più giovani di lei di cinque anni, che non sapevano niente di lei. E non era facile. Trasaliva quando un uomo le si avvicinava in corridoio, controllava le porte, resisteva alla voglia di verificare che il passaporto fosse nella borsa ogni dieci minuti.
— Stai bene? le chiese un giorno una compagna.
— Sì.
— I tuoi occhi…
— Ho dormito poco.
— Va bene.
A mezzogiorno tirò fuori dalla borsa un biglietto con la foto di un noce vecchio trecento anni, e sul retro una frase che aveva scritto tre settimane prima e non aveva ancora spedito. Sapeva che cosa dire, l’aveva scritta dieci volte nella mente: «Grazie per essere stato un’ora con me». Non sapeva come farla arrivare. Alla fine l’aveva spedita all’indirizzo di un’organizzazione in Germania che le era giunto un giorno dalla donna che l’aveva aiutata a mettersi al sicuro. Non sapeva se l’uomo che si era seduto con lei quella notte l’avrebbe ricevuta. E non aveva bisogno di saperlo.
Qualche settimana dopo, tornando da scuola, trovò la madre seduta sulla soglia di casa con la mano sul cuore.
— Che c’è?
— Anca.
— Mamma?
— Oggi è venuto un uomo.
Il corpo le si gelò.
— Che uomo?
— Del comune. Chiedeva di te. Dice che c’è una somma…
— Quale somma?
— Ha detto che un’organizzazione in Germania ti manda un risarcimento. Per un processo. In tribunale.
Anca si sedette sulla soglia. Non sapeva che ci fosse stato un processo. Che il locale era stato chiuso, che i proprietari erano stati giudicati, che il tribunale aveva assegnato indennizzi alle vittime. Che qualcuno, dopo tutto, avesse pensato a lei come a una persona e non come a un numero.
— Quanto?
— Non lo so. Ha detto che torna domani.
— Sei sicura che non sia…
— Ho controllato. È del comune. Lo conosco.
Anca non disse niente. Restò a guardare il monte.
— Cosa farai con il denaro? chiese la madre.
— Finisco gli studi.
— E poi?
— Lavoro in un ospedale.
— Hai paura?
— Sì.
— Di cosa?
— Di tutto.
— E andrai?
— Sì.
— Perché?
— Perché non voglio restare impaurita in un posto solo.
La madre la guardò e le prese la mano.
— Sei più forte di quanto sia stata io.
— No. Ci provo.
— Ed è questo.
La sera Anca si sedette sotto il vecchio noce in cima alla collina. Le radici affioravano come dita e l’ombra copriva metà dell’erba. Tirò fuori un quaderno e scrisse:
«Oggi ho dormito due ore senza paura.
Oggi non ho controllato il passaporto.
Oggi ho sorriso a uno sconosciuto.
Non so se sono libera. So che cammino.»
Chiuse il quaderno e respirò.
E in un altro luogo, in una città tedesca, un uomo leggeva un breve biglietto con la foto di un albero e piangeva in silenzio. E non avrebbe mai saputo che una donna sedeva sotto quello stesso albero e pensava che il silenzio può essere, a volte, la forma più sincera di gratitudine.

Capitolo quarantasettesimo: Tre giorni

La frase detta da Suha in cucina non ebbe conseguenze facili.
Si erano seduti dopo la mezzanotte, e quando finirono l’alba era vicina. Gli aveva detto tutto: quindici anni senza una domanda, il bisogno di essere consultata, e un antico nodo che non aveva mai pronunciato: che voleva studiare.
— Studiare?
— Ero al primo anno di lettere. Ho lasciato quando ci siamo sposati.
— Non lo sapevo.
— Perché non l’hai mai chiesto.
Majed tacque. Il suo volto cambiava.
— E cosa vuoi adesso?
— Tornare.
— All’università?
— Almeno allo studio.
— E Sama? E mia madre?
— Sama è grande. E tua madre l’ho curata io per anni. Voglio partecipare a me stessa nella mia vita.
Non rispose.
Tre giorni dopo, mentre faceva colazione, disse senza preamboli:
— Suha, quanto costa l’iscrizione?
— Cosa?
— Lo studio. Quanto costa?
Aprì la bocca e poi la chiuse.
— Non lo so. Non ho chiesto.
— Chiedi.
— Sei d’accordo?
— Non ho detto che sono d’accordo. Ho detto: chiedi. Voglio capire.
— Perché hai cambiato idea?
— Non l’ho ancora cambiata. Sto… pensando.
Non era una decisione. Ma era la prima volta che diceva: «Sto pensando». Una parola piccola, ma nelle nostre case più pesante di «accetto», perché chi dice «sto pensando» ammette che la decisione non è scritta altrove.
Ma il quartiere non aspetta. Il quinto giorno arrivò a Suha una telefonata da una lontana zia di Majed che aveva sentito da qualcuno: «Suha vuole studiare! E Majed accetta! Cos’è successo a questa famiglia?». E il settimo giorno un collega dell’ufficio gli si avvicinò con un sorriso furbo:
— Ho sentito che tua moglie andrà all’università. Sei di manica larga, Abu Sama.
Era quel momento. Il momento che viene esattamente prima di ogni vero cambiamento: che la gente rida.
Majed disse:
— Sì.
— Sì?
— Sì. Mia moglie studierà.
— E tu sei d’accordo?
— Non impedisco a nessuno di imparare.
— E starà a casa?
— No. Starà all’università.
— E la casa?
— Ci arrangeremo.
— Sei un uomo strano.
— Forse.
Tornò alla sua scrivania con le mani che tremavano. Aveva fatto una cosa che non aveva mai fatto in vita sua: restare solo davanti a una risata collettiva senza combatterla e senza nascondersi.
La sera Suha lo trovò seduto in salotto davanti alla foto del padre.
— Com’è andata la giornata?
— Spaventosa.
— Perché?
— Ho detto a un collega che ti sostengo.
— Davvero?
— Sì. E ha riso.
— Mi dispiace.
— No. Non scusarti.
— Ti sei pentito?
— No. Ma ho avuto paura.
Si sedette accanto a lui.
— Sai che sei il primo uomo della tua famiglia a dirlo?
— Lo so.
— E ti spaventa?
— Sì. Ma sto imparando ad avere paura e a fare.
Allungò la mano e la posò sulla sua. Non disse «grazie». Disse:
— Mi sorprendi.
— No. Cerco soltanto di non perderti.
— Non mi perderai.
— Lo prometti?
— No. Io non prometto. Ma sono qui.
Nella stanza accanto Sama studiava e aveva sentito tutto da dietro la porta. Scrisse sul margine del quaderno con la matita: «Papà sta cambiando. E mamma parla. Forse anch’io».

Capitolo quarantottesimo: Una paura bella

Nella piccola cucina dell’appartamento di Gertrud, Walter cercava di aprire la scatola dei biscotti con le mani tremanti.
— Lascia fare a me.
— Ce la faccio.
— No. Le mani.
— Le mani funzionano ancora.
— Allora apri.
Provò. Poi rise. Poi le porse la scatola.
— Vedi? Tutto è andato in pensione.
— Tranne la pazienza.
— La pazienza l’ho presa da te.
Aveva settantacinque anni, e Gertrud, di settanta, gli stava davanti in un semplice abito azzurro. Ci pensava da mesi. E una sera di novembre, quando il tè fu finito e restò il silenzio, disse:
— Walter.
— Sì?
— Ho paura.
— Di cosa?
— Che tu mi veda.
— Ti vedo ogni settimana.
— No. Intendo… come sono.
Silenzio.
— Gertrud.
— Sì.
— Sai che ho paura anch’io?
— Tu?
— Sì. Il mio corpo non somiglia più a quello di una volta. E non so come starti davanti.
— Non mi importa.
— Neanche a me.
— E allora perché abbiamo paura?
— Perché l’età ci ha insegnato a vergognarci.
Risero.
— Proviamo? chiese lei.
— Cosa?
— Ad avere paura insieme.
— E se non funziona?
— Allora ridiamo.
Non ci fu niente di drammatico. Nella stanza non c’erano rose né candele. C’erano un vecchio letto, le tende tirate, una lampada fioca, e due adulti che sapevano che ogni tocco fra loro portava due vite. C’era imbarazzo, pudore, una seconda risata quando il ginocchio dell’uno urtò quello dell’altra, e un bel silenzio.
Quando tutto finì giacquero nel buio.
— Stai bene? sussurrò lui.
— Sì.
— E il tuo corpo?
— Non del tutto soddisfatto, ma felice.
Rise.
— E tu?
— Io… sento qualcosa che non sentivo da tempo.
— Cosa?
— Di essere vista.
Non disse niente. Allungò la mano e l’attirò un poco a sé.
— Temevo di non poter amare una seconda volta, disse lei.
— E adesso cosa pensi?
— Che l’amore non va in pensione.
— E il desiderio?
— Cambia. E non va in pensione.
— È una frase da lapide.
— No. Da libro.
Rise ancora, fino a tossire.
— Mi uccidi.
— Non lo farò.
— Davvero?
— Davvero.
La mattina dopo, mentre lei preparava il caffè, Walter, seduto sulla sedia, la guardò e disse:
— Sai cosa ho sentito stanotte?
— Cosa?
— Che non sono vecchio.
— E cosa sei?
— Un essere umano.
Gli posò la tazza davanti.
— Mi basta.
Fuori, sulla porta, c’era Michael con una busta della spesa in mano. Era venuto ad accompagnarla. Sentì il suono della risata dall’interno e si fermò. Non bussò. Rimase un minuto, poi posò la busta sullo zerbino e tornò indietro, e sul viso aveva qualcosa di strano: come se avesse sorriso senza volerlo.

Capitolo quarantanovesimo: Il patto di Hanan

Alla fine dell’inverno in cui tornò dal suo viaggio nella città araba, Hanan comprò un piccolo quaderno con la copertina azzurra.
Non sapeva perché. Lo vide in una piccola libreria vicino alla stazione e si chiese: «Cos’è?». Poi entrò.
La sera, dopo che Samir si fu addormentato nella stanza accanto, sedette in cucina e aprì il quaderno. Sulla prima pagina scrisse:
«Patto di Hanan con se stessa.
Non perché lo legga qualcuno. Non perché lo firmi qualcuno.
Solo perché sono stanca di vivere dentro confini tracciati da altri, e non ne ho mai tracciato uno con la mia mano.»
Poi cominciò a scrivere. Non rifletté a lungo. Le frasi uscivano come se aspettassero da molto tempo:
«1. Il mio corpo è mio. Decido io chi lo tocca e quando. E non mi vergogno di dire «no», né di dire «sì».
2. Il mio desiderio non è una vergogna. Ma non è nemmeno un ordine. Lo ascolto e poi decido.
3. Amo senza sparire. Se l’amore mi chiede di cancellarmi, non è amore.
4. Non porto la paura degli altri chiamandola virtù.
5. Credo che il silenzio non sia sempre pace. A volte è una ferita che non ha ancora un nome.
6. Quando vedo qualcuno soffrire e lo so, non dico «non vedo». Dico: «Io ci sono».
7. Non chiedo conto a nessuno dei suoi sentimenti. Gli chiedo conto delle sue azioni.
8. Mi permetto di sbagliare e di ricominciare.
9. Chiedo prima di giudicare. E lo chiedo a me stessa prima che agli altri.
10. Non appartengo a un luogo solo. E accetto che i miei confini siano vivi: si allargano e si restringono con ciò che imparo.
11. Proteggo chi è più debole di me, e non faccio della protezione una gabbia.
12. Quando non so, dico: non so.»
Si fermò. Guardò l’ultima voce e sorrise.
Sapeva che il patto non era una legge, e che l’anno dopo o l’indomani poteva cambiare. Ma era il primo documento che scriveva di sua mano sulla propria vita. E aggiunse in fondo alla pagina: «Questi non sono tutti i miei confini. Sono ciò che so adesso».
Chiuse il quaderno e spense la luce. Nel buio pensò a tutti quelli che aveva conosciuto nell’ultimo anno: Samir che imparava a chiedere, Laila che imparava a dire «non ancora», Rasha che era partita ed era tornata, Salma che non era tornata, Omar che aveva parlato, Svenja che aveva pianto, e sua madre che le aveva lasciato una lettera sotto il cuscino. Tutti avevano scritto i loro piccoli patti, ognuno a modo suo e ognuno al buio. E nessuno sapeva che gli altri facevano la stessa cosa.

Capitolo cinquantesimo: Una sola notte

In una sola notte, che ho raccolto qui da molte notti sparse nel tempo, tutti erano svegli alla stessa ora.
In un piccolo appartamento a est di Waldberg Hanan stava alla finestra e si diceva: «Domani riderò senza motivo».
In un camion sulla strada per Monaco Samir sussurrò: «Sei stanca oggi?». E nessuno lo sentì.
In un letto tranquillo Laila guardava la schiena di Jonas e mormorava: «Gli dirò tutto».
In una stanza sopra un panificio Karim si infilò un foglio in tasca e disse: «Questo è il prezzo, e lo pago io».
In uno studio di casa Katrin chiuse il suo quaderno nero e scrisse: «Domani parlo con Thomas».
In una casa di famiglia lontana Rasha infilò una lettera sotto il libro di grammatica, poi spense la lampada.
In un salotto con una fotografia dalla cornice dorata Majed guardò suo padre e disse: «Non sarò come te».
In una casa estranea Salma guardò un telefono spento e non lo aprì.
In un letto grande Dina sussurrò a se stessa: «Non amerò chi mi fa aspettare».
In un piccolo bagno Omar tracciò sullo specchio appannato una parola sola: «Io».
In un appartamento in affitto Svenja aprì il telefono e scrisse a Katrin: «Voglio parlare».
In una stanza con uno specchio ovale Gertrud spense la luce e disse a Hans: «Perdonami, ma vivo».
In una cucina Suha sedette davanti a Majed e disse: «Voglio parlare».
In una stanza quieta la madre di Majed sorrise ad Abu Nabil.
Tutti, alla stessa ora, portavano la stessa voce, benché le lingue fossero diverse: ho paura. Voglio. Non so. Ci sono.
Nessuno di loro vide gli altri. Nessuno sapeva che la solitudine di ciascuno era in realtà una solitudine condivisa, e che in quella stessa notte migliaia di persone, in città innumerevoli, aprivano la stessa porta dall’interno e si fermavano sulla soglia.
E i confini, in tutte quelle case, non erano muri. Erano domande tracciate a matita nel fondo della notte, cancellate e ritracciate.
Quando l’alba cominciò a illuminare i bordi dei palazzi, qualcuno aprì la finestra, respirò e si disse una parola piccolissima:
— Bene.
E non sapeva che altri, in altri luoghi, nello stesso momento, dicevano la stessa parola.
Dopo il romanzo
In queste pagine non c’è una conclusione, perché le questioni che ho toccato non si concludono. Alcune cambiano nome a ogni generazione, altre restano come sono e cambiano soltanto d’abito.
Ci eravamo promessi, di notte, di fare. E di giorno alcuni di noi hanno fatto, altri hanno inciampato, altri sono arretrati e poi sono tornati. Ed è ciò che queste pagine volevano dire: che il confine che tracciamo nel buio si compie soltanto quando lo mettiamo alla prova nella luce, che la prova può far male ma rende il confine nostro e non di chi lo tracciò per noi, e che il fallimento non è il contrario del coraggio ma uno dei suoi volti.
L’essere umano non si conosce da ciò che dice davanti agli altri, ma da ciò che dice a se stesso quando spegne la luce. E chi ci sta intorno porta la sua piccola stanza che non vediamo; chi lo sa diventa un po’ più compassionevole, e chi diventa più compassionevole diventa più capace di rivolgere a chi gli sta accanto una domanda piccola che cambia la notte.
E se devo dire una cosa sola dopo tutto ciò che ho scritto, è questa: non dobbiamo né abolire i confini né santificarli. Dobbiamo sapere chi li ha tracciati e perché, e avere il coraggio di domandare, e poi il coraggio di proteggerci a vicenda quando vengono violati. Il silenzio non è protezione, il grido non è libertà, e tra i due c’è uno spazio stretto che si chiama dialogo, in cui entra soltanto chi è pronto ad ascoltare ciò che non gli piace.
E ciò che non finisce non sono i confini, né il desiderio, né la paura. Ciò che non finisce è il bisogno che qualcuno ci ascolti.
«Stai bene?»

Numan Albarbari

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